di Jeff Hoffman
“Abbiamo aggiornato i nostri Termini di servizio e l’Informativa sulla privacy. Gli indirizzi IP e i numeri di telefono di coloro che vìolano le nostre regole potrebbero essere divulgati alle autorità competenti in risposta a ragionevoli richieste legali”.
Questo è ciò che Pavel Durov ha scritto lunedì sul suo canale Telegram a poco meno di un mese dall’arresto in Francia.
Stando a quanto emerso nelle ultime ore sembra che Telegram stia contemporaneamente implementando misure di moderazione dei contenuti sia con l’ausilio dell’intelligenza artificiale che con un team di moderatori che rimuoveranno contenuti “problematici” dai risultati di ricerca.
“Se un Paese non è soddisfatto di un servizio Internet, la prassi consolidata è quella di avviare una causa contro il servizio stesso. Utilizzare le leggi dell’era pre-smartphone per accusare l’amministratore delegato di crimini commessi da terzi sulla piattaforma che gestisce è un approccio sbagliato”, ha aggiunto il fondatore di Telegram.
Secondo il politologo russo Pavel Danilin le concessioni appena accordate da Durov parlano da sole, aggiungendo che a suo dire la CIA ha seguito la stessa strategia con la piattaforma Facebook.
“Telegram è diventato responsabile nei confronti degli americani ma è meno affidabile”, ha poi concluso Danilin.
“L’arresto del fondatore di Telegram Pavel Durov in Francia è una continuazione della politica di sanzioni degli Stati Uniti”, aveva scritto la responsabile della Lega russa per Internet sicuro, Ekaterina Mizulina.
Più o meno nelle stesse ore anche Elon Musk ha fatto un passo indietro assecondando le richieste del giudice della Corte Suprema brasiliana Alexandre de Moraes. Semplificando, la piattaforma di Musk ha accettato di pagare le multe e di rimuovere gli account accusati di avere pubblicato i post che, secondo il giudice, avevano minacciato la democrazia del Brasile.
Questa decisione segna un drastico cambio di rotta rispetto alla precedente posizione di Musk, che si era rifiutato di implementare restrizioni a meno che il governo brasiliano non avesse sbloccato i suoi asset finanziari nel paese.
Niente di nuovo sotto il sole: la censura ha vinto, l’informazione ha perso. Non a caso nel 2019, in seguito alla strage trasmessa dal vivo su Facebook che in Nuova Zelanda lasciò 51 persone a terra, Francia, Gran Bretagna, Canada, Irlanda, Norvegia, Indonesia, Giordania e Senegal firmarono con Facebook, Google, Microsoft, Twitter, Youtube, Daily Motion, Amazon e Qwant il cosiddetto “Christchurch Call”, che l’Eliseo definì un piano d’azione che impegna i governi, le organizzazioni internazionali e gli attori di Internet ad una serie di misure contro la violenza e la disinformazione.
E la guerra continua indisturbata.