
Chi ha ucciso Giovanni Falcone
di Giorgio Bongiovanni –
I mandanti esterni della strage di Capaci e le false passerelle degli ipocriti potenti
Ancora un giorno e sarĆ il 23 maggio. GiĆ dal mattino vedremo sullaĀ RaiĀ le false passerelle (come troppo spesso ĆØ avvenuto in questi anni di commemorazioni ufficiali) di figure istituzionali, politici, addetti ai lavori, tutti pronti a seguire il solito spartito di retorica e di ipocrisia.
Uno spartito che vede anche la partecipazione di quelle figure oggi pronte a mettersi in prima fila per ricordareĀ Giovanni Falcone, sua moglieĀ Francesca MorvilloĀ e i tre agenti della loro scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), ma al tempo tutt’altro che amiche del magistrato palermitano. Soggetti che lo hanno accusato, denigrato, delegittimato portandolo a quell’isolamento che uccide ancor prima di una bomba. Per non parlare della presenza, tra gli scranni del parlamento, che nel corso del tempo ha visto anche personaggi condannati per favoreggiamento o concorso esterno alla mafia. Basti pensare all’ex Presidente della RegioneĀ Totò CuffaroĀ o all’ex senatoreĀ Marcello Dell’UtriĀ (fondatore di Forza Italia che, lo dicono le sentenze, fu āmediatore di un patto tra Cosa nostra e Berlusconiā).
E personalmente dispiace vedere come la Fondazione Falcone, presieduta dalla sorella del giudice,Ā Maria Falcone, cheĀ cerca ancora la veritĆ completa sulle stragi, si sia prestata spesso a questo gioco.
Non che fare memoria non abbia importanza, ma essa diventa futile se non si ci si interroga sul perché e chi ha voluto la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
E nei discorsi istituzionali che annualmente vengono fatti tra il 23 maggio ed il 19 luglio il silenzio ĆØ imbarazzante.
A quasi trent’anni di distanza dalle stragi del 1992, quelle di Capaci e di via d’Amelio, non ĆØ più ammissibile ritenere che quei delitti furono frutto della sola mente perversa diĀ Totò RiinaĀ e dei suoi sodali. Non ĆØ più ammissibile affermare che dietro a quelle stragi vi era solo l’interesse di Cosa nostra.
Le prove acquisite, i processi, le inchieste, le testimonianze, i frammenti di veritĆ fin qui ottenuti grazie all’impegno di abili ed indomiti magistrati ed investigatori che hanno raccolto il loro testimone nella lotta al Sistema criminale, fanno emergere in maniera chiara ed evidente che vi furono mandanti esterni dietro le stragi.
Fatti che si annidano dietro ai misteri, gli interrogativi ed inquietanti veritĆ taciute e nascoste.
Di questo abbiamo voluto parlare nel nostro tradizionale convegno che, a causa del Covid e dell’emergenza sanitaria, abbiamo potuto svolgere solo via web.

Totò Cuffaro © Emanuele Lo Cascio
Abbiamo voluto ricordare chi era Giovanni Falcone, su cosa aveva concentrato il proprio lavoro, su quali veritĆ stesse arrivando assieme al collega Paolo Borsellino (ucciso dopo appena 57 giorni in via d’Amelio) e, soprattutto, cosa si nasconde dietro āl’Attentatuniā del 23 maggio.
Cosa nostra aveva i suoi interessi e le sue vendette da consumare nell’eliminazione del magistrato. Il maxi processo che era giunto alla sua consacrazione il 30 gennaio 1992, con le condanne all’ergastolo per la Cupola mafiosa era un motivo valido, ma non l’unico. Come direttore dell’Ufficio affari Penali Giovanni Falcone stava alzando il livello di contrasto al Sistema criminale, prevedendo nuove leggi (che saranno approvate dal Parlamento solo dopo la sua morte e quella dell’amico fraterno Paolo Borsellino) e nuove strutture investigative come la Procura nazionale antimafia.
Quando Falcone cambiò le āregole del giocoā in Cassazione, con l’introduzione della regola della turnazione evitando cosƬ che il maxi finisse assegnato al giudizio del giudice Carnevale, detto āammazzasentenzeā, il Capo dei Capi Totò Riina capii ciò che stava accadendo.
Grazie alla sua genialitĆ ed il suo carisma Falcone era riuscito in qualche maniera a ācondizionareā in maniera positiva l’operato di un governo che nei suoi rappresentanti, per assurdo, vedeva figure che con la mafia avevano stretto relazioni pericolose. Ed ĆØ noto da decine e decine di collaboratori di giustizia che Cosa nostra aveva votato prima la Democrazia Cristiana e poi i Socialisti, che in Giulio Andreotti e Claudio Martelli avevano figure di primissimo riferimento.
Doveva essere suo il ruolo di Procuratore nazionale antimafia e con Paolo Borsellino a Palermo, che sarebbe divenuto un riferimento fino anche ad essere nominato Procuratore capo al posto di quel Pietro Giammanco, tanto chiacchierato ed amico di politici mafiosi, per Cosa nostra, e non solo, sarebbe stata la fine.
Ed altrettanto devastante sarebbe potuto essere il loro impatto in una seconda ipotesi.
Se fosse rimasto in vita sarebbe anche potuto essere lui il ministro della Giustizia che avrebbe preso il posto di Claudio Martelli, dimissionario dopo lo scandalo sul conto protezione.

Giulio Andreotti Ā© Shobha
Con lui in via Arenula ed eventualmenteĀ Paolo BorsellinoĀ alla Procura nazionale antimafia, che nell’ottica di Falcone avrebbe avuto un ruolo ben maggiore di quello che ha oggi e che non supera i limiti del coordinamento tra le attivitĆ di indagine delle Procure, ĆØ facile pensare che la lotta alla mafia sarebbe stata ben altra cosa rispetto ad oggi.
Lo diciamo con cognizione di causa.
Di fatto il giudice Falcone, con il proprio operato, giĆ allora stava rompendo il rapporto tra la mafia e quella politica collusa e connivente che si era sviluppata negli anni. Falcone aveva compreso l’esistenza del āgioco grandeā e delle āmenti raffinatissimeā che si muovevano anche nei gangli dell’economia, delle strutture segrete, dei servizi deviati e delle massonerie.
Di esse aveva parlato in un’intervista aĀ Saverio Lodato, nostro editorialista e al tempo corrispondente deĀ LāUnitĆ . Un’espressione che usò immediatamente dopo il fallito attentato all’Addaura. E Lodato, nel recente passato intervistato daĀ Andrea Purgatori per Atlantide ha rivelato che Falcone, al tempo, fece dei riferimenti ad un appartenente ai servizi di sicurezza. E sempre Lodato raccolse altre considerazioni di Falcone su due massimi rappresentanti della lotta alla mafia a Palermo: l’ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera e l’ex Alto CommissarioĀ Domenico Sica.Ā āDi fronte a questi due nomiĀ – ha raccontatoĀ Lodato lo scorso 6 maggio ad AtlantideĀ – mi disse testualmente: ‘Sono venuti a Palermo per fottermi’ā.
Tutti argomenti che devono essere affrontati e ricordati, se si vuole riannodare i fili del tempo e cercare di comprendere cosa si nasconde dietro ai fatti che si sono verificati nei primi anni Novanta e che ancora oggi restano attuali.
Giovanni FalconeĀ aveva giĆ fatto arrestare l’ex sindaco di Palermo,Ā Vito Ciancimino, non solo perchĆ© legato a doppio filo con Riina, Provenzano ed i corleonesi, ma anche perchĆ© ne aveva capito la funzione determinate di raccordo con altri ambienti, politici, economici e massonici, fin dentro la banca del Vaticano. Mettendo alle strette Ciancimino Falcone avrebbe anche potuto farlo parlare di quei legami ed anche di quei rapporti alti ed altri che da sempre legano la mafia con i poteri deviati dello Stato.

Vito Ciancimino Ā© Letizia Battaglia
Giovanni FalconeĀ nel 1989, ancor prima che ne fosse rivelata l’esistenza al grande pubblico, stava indagando su Gladio, cioĆØ in quella organizzazione paramilitare che si scoprirĆ essere stata manovrata dalla CIA.
Il dato ĆØ emerso nell’ambito dell’inchiesta che la Procura di Palermo prima, e la Procura generale poi, hanno svolto sulla scomparsa dell’agenteĀ Antonino Agostino, ucciso assieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto del 1989.
Lāagente del commissariato San Lorenzo sarebbe stato impegnato in un delicatissimo servizio di scorta nei confronti dellāex estremista di destra,Ā Alberto Volo, che tra il 28 marzo ed il 18 maggio, veniva interrogato in gran segreto in Procura proprio da Falcone.
Interrogatori che finirono all’interno degli atti processuali per i delitti Mattarella, Reina e La Torre in cui si parla della pista dei killer neofascisti per lāomicidio del presidente della Regione.
Volo rivelò appunto di aver fatto parte, dal ’67 all’80, di una organizzazione segreta che si chiamava Universal Legion ma che coincideva perfettamente con la struttura paramilitare Gladio-Stay Behind. Affermazioni di grandissimo valore tenuto conto che temporalmente vengono fatte prorio nel tempo del fallito attentato all’Addaura.
Ci sono poi le parole di Falcone. Nei diari pubblicati post mortem suĀ āIl Sole 24 OreāĀ dalla giornalistaĀ Liliana MilellaĀ non solo si evinceva in maniera chiara tutta l’amarezza del giudice per i continui ābastoni tra le ruoteā che venivano frapposti nel quotidiano svolgimento del proprio lavoro di procuratore aggiunto con delega di tutte le inchieste su Cosa nostra, maĀ comparivano anche riferimenti a Gladio.
Ulteriori tracce si sarebbero potute trovare proprio negli appunti diĀ Giovanni FalconeĀ se non fosse che qualcuno (certo non uomini di Cosa nostra) riuscƬ a manomettere i supporti informatici di Falcone (un personal computer Olivetti che si trovava presso il suo ufficio del Ministero di Grazia e Giustizia e l’agenda elettronica Casio SF 9000). Un dato emerso grazie alle testimonianze dei consulentiĀ Gioacchino GenchiĀ eĀ Luciano PetriniĀ che analizzarono i supporti informatici. Davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, durante il processo nel 1996, parlarono di memorie cancellate, di file modificati e rieditati nel periodo successivo al 23 maggio. E coincidenza vuole che tra i documenti ārieditatiā vi fossero anche le sintesi delle schede di Gladio.
Possibile che Falcone, le cui intuizioni sul fenomeno mafioso sono pionieristiche e più che mai attuali, avesse giĆ allora intuito l’esistenza di un’associazione occulta e segreta pilotata da āmanineā straniere, operante nel nostro Paese in maniera illegale? Possibile che proprio quell’indagine segreta potesse essere uno dei motivi che hanno portato alla condanna a morte del magistrato?

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone Ā© Letizia Battaglia
Il legame con BorsellinoāØ
Ma c’ĆØ dell’altro. PerchĆ© la morte di Falcone, in qualche modo, si lega indubbiamente con la successiva morte diĀ Paolo Borsellino. Quest’ultimo, il 25 giugno 1992, in un intervento particolarmente intenso ed emozionante a Casa Professa, non solo aveva ricostruito il lento e costante isolamento di Falcone, fino al tradimento di āqualche Giudaā, ma si espose come testimone chiedendo di essere sentito dai magistrati di Caltanissetta che indagavano su Capaci.
āSono testimoneĀ – disse –Ā perchĆ©, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto aĀ Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perchĆ© non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico diĀ Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autoritĆ giudiziaria, che ĆØ l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vitaā. Di quali confidenze parla Borsellino? Possibile cheĀ Giovanni FalconeĀ abbia parlato con lui anche delle indagini su Gladio e sulle āmenti raffinatissimeā?
O avevano ragionato assieme di quel che stava accadendo allora, dopo la morte diĀ Salvo LimaĀ (emanazione diretta in Sicilia della corrente di Giulio Androetti).
Dopo il delitto, Falcone rilasciò un commento abbastanza secco aĀ Piero Grasso:Ā āNon si uccide la gallina che fa le uova d’oro se non c’ĆØ giĆ pronta un’altra che ne fa di piùā.
A chi si riferiva?

Salvo Lima Ā© Letizia Battaglia
Qualche tempo addietro ĆØ statoĀ daĀ Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del magistrato, che dopo essere andato in pensione oggi ĆØ il responsabile del ābunkerinoā del pool antimafia un appunto diĀ Giovanni Falcone, scritto su un foglio di block notes a quadretti, durante lāaudizione del pentitoĀ Francesco Marino Mannoia. Quell’interrogatorio era il 6 novembre 1989. E su carta si legge:Ā āCinĆ in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dĆ 20 milioni ai Grado e anche aĀ Vittorio Manganoā. Il giudice aveva sottolineato due volte il cognome Berlusconi, allāepoca giĆ al culmine della sua carriera; una volta, il nome diĀ Vittorio Mangano, lo stalliere boss della villa di Arcore. Il cognome di un altro mafioso, CinĆ , compare anche una seconda volta nella pagina, cerchiato. Questi nomi non sono mai finiti nei verbali di Mannoia, che si ĆØ sempre rifiutato di fare dichiarazioni ufficiali suĀ Silvio Berlusconi. Ma se certi nomi erano stati sottolineati ĆØ chiaro che erano ritenuti di interesse.
La storia dirĆ il perchĆ© quei nomi non erano affatto di poco conto tenuto conto cheĀ Gaetano CinĆ Ā ĆØ il boss mafioso molto amico di Dell’Utri, considerato ilĀ ātramite, l’intermediario di alto livello fra l’organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nordā.Ā Nelle motivazioni della sentenza di condanna nei confronti di Dell’UtriĀ ĆØ scritto che per diciotto anni dal ’74 al ’92, l’ex senatore ĆØ stato il garante dellāaccordo tra Berlusconi e la mafia per proteggere interessi economici e i suoi familiari eĀ āla sistematicitĆ nell’erogazione delle cospicue somme di denaro daĀ Marcello Dell’UtriĀ a CinĆ Ā (Gaetano CinĆ ,Ā ndr)Ā sono indicative della ferma volontĆ di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di lĆ dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostraā.
Ed ĆØ anche noto che lo stessoĀ Paolo Borsellino, due giorni prima la strage di Capaci, rilasciò un’intervista a due giornalisti dell’emittente francese Canal Plus, mai andata in onda e per la prima volta mostrata suĀ RaiNews24Ā in uno speciale del 19 settembre 2000, in cui si faceva riferimento ai contatti traĀ Silvio Berlusconi,Ā Marcello Dell’Utri, e lo stalliere-mafioso di Arcore Vittorio Mangano.
E’ facile pensare che giĆ al tempo i due magistrati avessero intenzione di andare a fondo su quei rapporti.
L’ipotesi non ĆØ da scartare cosƬ come ĆØ probabile che, qualora fosse vero, di questo Borsellino avrebbe scritto sull’agenda rossa che sempre aveva con sĆ© e che ĆØ sparita dalla sua borsa il 19 luglio 1992. Un’ipotesi che nulla toglie al fatto che Borsellino in quei 57 giorni che separarono i due attentati venne a sapere dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia o che stesse indagando proprio sui mandanti esterni de āl’Attentatuniā di Capaci.
Convergenze di interessi, appunto, che portarono all’accelerazione per la realizzazione di una seconda strage.

Palermo, 24 maggio 2016. L’intervento di Giovanni Paparcuri in memoria di Giovanni Falcone all’ANM Ā© Emanuele Di Stefano
Ricordo perfettamente le parole che mi disseĀ Totò Cancemi, collaboratore di giustizia ed ex boss di Porta Nuova, che riportai nel libro intervistaĀ āRiina mi fece i nomi diā¦āĀ (Massari Editore):Ā āRiina ĆØ stato preso per la manina per fare le stragiāĀ per poi aggiungereĀ āMi fece i nomi di Berlusconi e DellāUtriā.Ā āØAffermazioni che rilasciò anche in dibattimento nel processo Borsellino Ter e che mi hanno sempre fatto riflettere, ancor di più quando proprio il Capo dei Capi, intercettato mentre dialogava in carcere assieme al bossĀ Alberto Lorusso, affermò:Ā āTotò CancemiĀ dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone … che ci devi inventare, gli ho detto? Lui ha detto … inc … gli ho detto: se lo sanno la cosa ĆØ finitaā.Ā A cosa si riferiva? Forse all’interno di Cosa nostra era stata fornita una versione ācamuffataā del perchĆ© si doveva compiere l’eccidio di Capaci? Chi si doveva coprire?
Tra i tanti interrogativi non possiamo dimenticare che sul luogo della strage, nel punto in cui venne premuto il telecomando, venne ritrovato il bigliettino con il numero di un alto funzionario del servizio civile.
Ed ĆØ un fatto noto che nei pressi del cratere della strage di Capaci, ad una distanza di circa 63 metri, furono rinvenuti un paio di guanti in lattice, una torcia, delle batterie e una lampadina.
Anni dopo, grazie alle nuove strumentazioni tecniche, sui guanti sono state isolate delle tracce di Dna femminile. E’ ancora noto che alcuni testimoni misero a verbale, subito dopo la strage, di aver visto prima del 23 maggio dei finti operai in tuta che effettuavano dei lavori in corrispondenza dove poi Falcone sarebbe saltato in aria.
Ed ĆØ sempre noto, grazie alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che l’artificiere della strage fosseĀ Pietro Rampulla, appartenente a Cosa nostra, ma anche figura vicina ai servizi segreti e ai movimenti eversivi di estrema destra. E’ lui ad aver preparato il sofisticato telecomando che poi Brusca si trovò a premere, proprio perchĆ© Rampulla, che doveva svolgere questo compito, all’ultimo momento sparƬ dallo scenario adducendo un impegno familiare.
E restano poi gli interrogativi sulla dinamica dell’esplosione e sulla possibilitĆ di un doppio innesco intervenuto nella operazione con l’esistenza di una doppia bomba.

Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi Ā© Imagoeconomica
Magistrati coraggiosi, nel corso del tempo si sono occupati delle stragi cercando di dare un volto ed un nome a quelle figure che hanno tramato alle spalle del vero Stato. Magistrati che a loro volta vengono delegittimati ed isolati, proprio per la loro ferma volontĆ di non guardare in faccia a nessuno.
Magistrati comeĀ Luca Tescaroli, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Sebastiano Ardita, Giuseppe Lombardo, Nicola GratteriĀ (per citarne alcuni) che hanno focalizzato la propria attenzione sui Sistemi criminali e le interazioni tra mafia e potere.
Oggi nuovi impulsi sono giunti sugli anni delle stragi e fascicoli sono stati aperti, con il coordinamento della Procura nazionale antimafia, a Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria e Firenze.Ā Proprio in quest’ultima Procura ĆØ stato riaperta l’inchiesta sui mandanti esterniĀ con l’iscrizione nel registro degli indagati diĀ Silvio BerlusconiĀ e l’ex senatoreĀ Marcello Dell’UtriĀ (giĆ condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa e in primo grado, a Palermo, condannato a 12 anni per la trattativa Stato-mafia).
A quasi trent’anni dalla strage di Capaci molte facce di bronzo della politica e del potere in genere affermano in maniera scriteriata che la mafia ĆØ quasi finita, che certi fatti vanno classificati semplicemente come āvecchie storieā.
Non è così e lo dimostrano quei dati che abbiamo sempre ricordato in questi anni.
La mafia è un fenomeno che esiste da oltre 150 anni e, come ricordato proprio ieri sera dal magistrato Nino Di Matteo al Tg2 Post, è sempre più inserita in un sistema criminale integrato in cui i rapporti non si esauriscono solo tra le varie criminalità organizzate, ma con tutti gli apparati di potere.
Per non parlare poi dei fiumi di denaro, per decine e decine di miliardi, ricavati dal traffico di stupefacenti di cui la ‘Ndrangheta e monopolista nel mondo occidentale.
Proprio la criminalitĆ organizzata calabrese, in strettissimo contatto con gli ambienti massonici ed imprenditoriali, negli ultimi anni ha compiuto un salto determinante fino a diventare (ammesso e non concesso che non sia sempre stato cosƬ) un’unica cosa con Cosa nostra.
Ma ci sono anche altri aspetti che non possono essere dimenticati. A tutt’oggi c’ĆØ ancora inĀ libertĆ l’ultimo degli stragisti: il boss trapanese, Matteo Messina Denaro.

19 luglio 2017. Nino Di Matteo interviene in memoria della strage diĀ Via d’AmelioĀ Ā© Emanuele Di Stefano
E’ lui, a detta dei collaboratori di giustizia, ad avere in mano i segreti, sulle stragi e non solo, diĀ Totò Riina.
Ed ĆØ sempre lui ad aver ordinato ai boss di Palermo di preparare un attentato nei confronti del magistratoĀ Nino Di Matteo. I pentiti hanno confermato che il boss trapanese avrebbe inviato delle missive, nel dicembre 2012, in cui spiegava che Di Matteo andava fermato in quantoĀ “si ĆØ spinto troppo oltre”.
Quel progetto di morte, fu avallato dal carcere da Totò Riina, che al compagno d’ora d’aria,Ā Alberto Lorusso, diceva:Ā “Questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora, se fosse possibile, ad ucciderlo… Una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari”.Ā E poi ancora:Ā “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”.
Per fortuna, forse anche grazie alle parole dell’ex boss dell’AcquasantaĀ Vito GalatoloĀ che ha svelato i dettagli di quel progetto di attentato ideato con 150 chili di tritolo fatti venire dalla Calabria, lo stesso non ĆØ stato ancora eseguito ma, come hanno scritto i magistrati nisseni nellaĀ richiesta di archiviazione delle indagini, si tratta di un progetto di attentato “ancora in corso”.
Come ha detto ieri il magistrato Alfredo Morvillo, fratello di Francesca e cognato di Falcone, intervenendo alla webinair organizzata dalla nostra testata insieme al Movimento Culturale ed Artistico Our Voice e Contrariamente, può essere possibile sconfiggere la mafia soltanto se la politica si impegnasse veramente su quel fronte.
CosƬ non ĆØ anche a causa del fallimento e della caduta, che assomiglia più ad un tradimento, di Beppe Grillo e del Movimento Cinque StelleĀ che oggi si trova al governo accanto a Forza Italia, partito che ha tra i fondatori un uomo della mafia (Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa ed in primo grado per la trattativa Stato-mafia) e come leader un pregiudicato,Ā Silvio Berlusconi, che pagava la mafia (cosƬ come dicono le sentenze) che si trova indagato a Firenze assieme all’ex senatore (sempre Dell’Utri) per essere stato mandante delle stragi del 1993. Questa, oggi, ĆØ l’oltraggiosa realtĆ . E noi tutto questo non vogliamo dimenticarlo. PerchĆ© ĆØ parlando del tempo presente che la memoria acquista un senso. E’ tempo che tutte le veritĆ siano disvelate, a cominciare da quelle su Capaci, su tutte le altre stragi e sulle trattative. Nella speranza che sia messo un punto. Senza ipocrisie e false passerelle.
da Antimafia2000
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