Vince la guerra chi non spara un colpo
di Margherita Furlan,
Guerra: anatomia di un saccheggio legalizzato mentre l’Europa brucia. Roma deciderà di aprire la porta a Mosca?
Ci sono guerre che si vincono sul campo. E poi ci sono quelle che si vincono alle spalle del campo, nei trading desk di Londra, nei quartieri generali di Lockheed Martin e di ExxonMobil, persino negli uffici del Cremlino. La guerra in Iran – avviata il 28 febbraio con l’attacco congiunto USA-Israele e ‘assassinio di Ali Khamenei – ha già prodotto i suoi vincitori. Non sono a Teheran. Non sono a Washington. Sono a Mosca, a Houston, in Virginia, e nei grattacieli di Londra dove si fissano i prezzi del gas. Diciamolo con chiarezza, con i numeri in mano: mentre migliaia di civili muoiono e l’Europa torna a tremare per le bollette, la guerra in Iran è una macchina di redistribuzione della ricchezza globale. Chi aveva petrolio da vendere e non era nel mirino dei bombardieri ha vinto. Gli altri – tra cui noi europei – pagano il conto.
Bisogna partire da qui, perché è il dato più clamoroso e meno raccontato nei telegiornali italiani. Alla vigilia del 28 febbraio, la Russia stava attraversando uno dei momenti peggiori sul fronte energetico da 2022. Il greggio Urals era crollato a 40 dollari al barile – nuovo minimo storico – sotto il peso del price cap e della pressione americana sull’India affinché smettesse di comprare petrolio russo. Le esportazioni di greggio erano crollate dell‘11,4% in febbraio, a 6,6 milioni di barili al giorno. SberCIB, il braccio di ricerca della principale banca russa, stimava che il deficit potesse raggiungere i 7,3 trilioni di rubli – circa 95 miliardi di dollari – in un solo anno.
Poi è arrivata la guerra in Iran. E tutto è cambiato. Il greggio russo è tornato a essere scambiato al di sopra del benchmark globale – un ribaltamento che gli storici dell’economia definiscono semplicemente “straordinario” nel contesto delle sanzioni. Prima dell’attacco, la Russia era costretta a vendere con uno sconto di 10-13 dollari al barile. Ora vende a un premio di 4-5 dollari, con acquirenti che fanno la fila. “Se sei un trader di petrolio russo o un’azienda russa”, ha dichiarato Nicholas Mulder, storico dell’economia a Cornell e autore di ‘The Economic Weapon’, “non hai mai guadagnato così tanto vendendo petrolio come in questo momento”.
Il conteggio è impietoso. Secondo l’analisi del 12 marzo del Center for Research on Energy and Clean Air (CREA), la Russia ha guadagnato 6 miliardi di euro aggiuntivi nelle prime due settimane di guerra – 510 milioni di euro al giorno in più, il 14% oltre la media di febbraio. La trappola è completa. Il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha concesso una deroga di 30 giorni alle sanzioni contro la Russia, permettendo alle raffinerie indiane di acquistare petrolio russo già caricato sulle petroliere. Motivazione ufficiale: abbassare i prezzi globali del greggio. Risultato reale: Mosca torna a rifornire l’Asia a pieno regime. Se i prezzi si mantengono tra i 70 e i 90 dollari per tutto l’anno, la Russia potrebbe guadagnare circa 20 miliardi di dollari aggiuntivi rispetto alle previsioni governative. Nel frattempo, i negoziati sulla pace in Ucraina sono congelati. E l’Occidente – che ha speso quattro anni a costruire una rete di sanzioni — ha appena dato a Mosca la sua migliore settimana commerciale dal 2022.
Mosca parla chiaro: l’Europa è il nemico
Non è solo una questione di petrolio e rubli. C’è una posizione politica che il Cremlino sta rafforzando con sistematicità, e che la guerra in Iran ha accelerato in modo significativo. E l’Europa occupa un posto ben preciso: quello del nemico strutturale. Il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha avvertito dei “rischi molto significativi” di conflitto tra Russia e NATO, affermando che “l’Europa sta apertamente intraprendendo azioni ostili contro la Russia” e che Mosca “sta documentando la politica ostile dell’Europa”. Nel suo lessico, l’Unione Europea non è un attore neutro: Ryabkov ha dichiarato che “l’Unione Europea sta chiaramente e attivamente ostacolando la risoluzione del conflitto in Ucraina” e che “la leadership dell’UE si è posta l’obiettivo di impedire un riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti”. Il viceministro degli Esteri Alexander Grushko è stato ancora più diretto: “La NATO e l’Unione Europea si stanno preparando per un conflitto armato con la Russia”, ha affermato, aggiungendo che Mosca deve “rafforzare la propria capacità di difesa e la propria sicurezza nazionale” di fronte a questa prospettiva.

Alexander Grushko © Imagoeconomica
Il tono di Medvedev, vice presidente del Consiglio di Sicurezza russo, è ancora più brutale: “Il pacificatore [Trump] ha ancora una volta mostrato il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano solo un’operazione di copertura. Nessuno voleva davvero accordarsi su nulla. La domanda è chi ha più pazienza nell’aspettare la fine ingloriosa del proprio nemico”.
Lavrov ha avvertito con precisione chirurgica che la conseguenza logica della guerra USA-Israele potrebbe essere che “in Iran emergeranno forze favorevoli a fare esattamente ciò che gli americani vogliono evitare – ottenere la bomba atomica. Perché gli USA non attaccano chi ha bombe nucleari.” L’Europa, in questo schema, è il bersaglio secondario che non combatte ma incassa i colpi: energetici, inflazionistici, politici. Mosca lo sa. E ci conta.
Roma apre la porta: il caso Cirielli e l’imbarazzo di Meloni
In questo contesto geopolitico – con la Russia che incassa miliardi di euro aggiuntivi al giorno e allo stesso tempo inquadra l’Europa come nemico da isolare – emerge oggi un caso politico di prima grandezza che mette in discussione la coerenza della politica estera italiana. Il Corriere della Sera ha rivelato che il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, esponente di Fratelli d’Italia, ha incontrato circa un mese fa l’ambasciatore russo in Italia Aleksej Vladimirovic Paramonov – “occhi e corpo di Putin a Roma”, secondo le fonti del quotidiano. L’incontro è avvenuto il 3 febbraio, ed è finito nel mirino dell’opposizione che ora pretende risposte ufficiali. Al centro delle critiche non è solo il contenuto del colloquio, ma la modalità con cui sarebbe stato gestito, alimentando il sospetto di una mancanza di coordinamento con i vertici del governo e con la stessa Presidenza del Consiglio.
Secondo il Corriere, la reazione di Meloni all’apprendere la notizia “non è stata delle migliori”. Meloni e Cirielli avrebbero avuto un incontro “franco”, e da quel momento i rapporti tra premier e viceministro si sarebbero sostanzialmente interrotti. Cirielli si sarebbe addirittura lamentato del fatto che “Giorgia non mi risponde” al telefono. Cirielli ha smentito con forza, sostenendo che “la Farnesina sapeva, loro hanno chiesto un incontro, io ho informato e sono stato autorizzato. All’incontro era presente un funzionario della direzione generale e il mio capo della segreteria”. Ha aggiunto di non essere in obbligo di giustificarsi: “Ho agito a nome del governo. Mi sembra una polemica strumentale da parte della sinistra.” E ha rivelato che non era la prima volta: “È capitato almeno un’altra volta un anno fa, sempre su loro richiesta.”
Tajani ha minimizzato, definendo la vicenda “una polemica inutile” perché il viceministro “ha ricevuto un ambasciatore accreditato presso la Repubblica italiana”, precisando che l’incontro “è servito a ribadire la nostra posizione, la stessa che ho ribadito cinque minuti fa a Mark Rutte”. Ma l’opposizione non si è accontentata. Elly Schlein ha dichiarato: “Se il governo sta riaprendo o riavvicinando le relazioni diplomatiche con la Russia si allontana dalla posizione unitaria dell’UE, e deve fare chiarezza su cosa hanno discusso l’ambasciatore russo e Cirielli.” La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha posto il dilemma in modo netto: “O la presidente Meloni era informata e ha ritenuto opportuno non rendere pubblico un confronto con il rappresentante diplomatico di un Paese che sta minando la sicurezza europea, oppure non esercita un controllo sull’operato dei viceministri del suo governo.”
Il caso Cirielli non va letto in isolamento. Va letto accanto a Salvini che spinge fortemente per riaprire il traffico di petrolio e gas russo, sottoposto a sanzioni dall’Unione Europea, per fronteggiare la crisi energetica innescata dalla chiusura di Hormuz. Va letto nel contesto di un governo che ha sempre dichiarato sostegno incondizionato all’Ucraina ma che contiene al suo interno faglie profonde, alcune delle quali portano direttamente a Mosca.
Il portafoglio di guerra: chi guadagna in borsa
C’è un secondo livello di questa storia, meno visibile ma altrettanto strutturale. Si chiama mercato azionario, e racconta con la precisione del codice decimale esattamente dove va il denaro quando scoppia una guerra. Mentre l’S&P 500 nel complesso ha perso il 5,5% dall’inizio del conflitto, registrando il peggior mese dal 2022, le azioni di Northrop Grumman, RTX Corporation e Lockheed Martin sono salite rispettivamente del 6%, 4,7% e 3,37% già nelle prime sedute del conflitto. In un contesto di crollo generalizzato dei listini, questi titoli sono andati nella direzione opposta. Non è un paradosso: è la logica del sistema. Gli analisti notano che i budget per la difesa, già destinati a crescere nel 2026, affrontano ora ancora meno ostacoli a Washington e nelle capitali europee. Con Trump che afferma che le operazioni potrebbero durare “quattro o cinque settimane” o “molto di più”, i mercati si stanno posizionando per settimane di intensa attività militare. I guadagni riflettono la classica valutazione del rischio geopolitico. Sul fronte energetico, ExxonMobil ha segnato un nuovo massimo storico assoluto con un rialzo di oltre il 4%, mentre Chevron, Occidental Petroleum e ConocoPhillips hanno registrato guadagni comparabili. In Europa, Shell e TotalEnergies hanno avanzato in linea con il rialzo globale dei prezzi.

Donald Trump © Imagoeconomica
Le società petrolifere e del gas quotate negli USA stanno rendendo marzo il mese più attivo per le vendite di azioni del settore in oltre sei anni: le aziende energetiche hanno già raccolto 3,5 miliardi di dollari tramite offerte azionarie solo nel corso di marzo. Il segmento GNL americano è quello che ha guadagnato di più in prospettiva strutturale. La fermata della produzione di QatarEnergy a Ras Laffan, dopo gli attacchi di droni iraniani sulle strutture, ha fatto salire i prezzi del gas europeo TTF di oltre il 50%, raggiungendo i 62 euro per MWh. Cheniere Energy – il principale esportatore americano di GNL – e Venture Global si trovano ora in una posizione di monopolio de facto sull’approvvigionamento europeo. Non è una coincidenza: è il risultato di una strategia energetica deliberata, quella che Trump chiama “energy dominance”, che ha trasformato la dipendenza europea dal gas russo in sottomissione al gas americano – a prezzi di mercato, senza garanzie di lungo termine, con la leva geopolitica che resta a Washington.
L’Europa strangolata: la terza crisi in quattro anni
L’Europa entra in questa crisi nella posizione peggiore possibile: riserve ai minimi storici, industria già esausta, inflazione non ancora domata. L’Europa ha iniziato il 2026 con riserve di gas significativamente più basse degli anni precedenti: 46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026, rispetto a 60 nel 2025 e a 77 nel 2024. Le operazioni di riempimento degli stoccaggi per il prossimo inverno potrebbero essere perturbate, esercitando pressione sui costi energetici industriali europei. Nelle prime due settimane di conflitto, l’UE ha già pagato 2,5 miliardi di euro aggiuntivi per le importazioni di combustibili fossili. Le stime indicano che la perturbazione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe spingere il prezzo medio del gas in Europa fino al 50% in più – da 30 euro/MWh di febbraio 2026 a 45-60 euro/MWh nel corso dell’anno, a seconda della durata del conflitto.
Il nodo italiano è quello più esposto. Il gas influenza il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore in Italia nel 2026, rispetto ad appena il 15% della Spagna – che ha accelerato massicciamente la transizione alle rinnovabili. Il macroimpatto per l’Italia potrebbe tradursi in un aumento dell’inflazione fino a un punto percentuale nel quarto trimestre dell’anno: una mazzata per famiglie e PMI già stremate. C’è poi la trappola geopolitica più sottile. Quando si sostituisce la dipendenza dal gas russo con la dipendenza dal GNL americano, non si risolve il problema: si cambia padrone. Lo scrive con chiarezza il think tank Bruegel: “Nel breve termine i principali beneficiari della crisi in Medio Oriente sono gli Stati Uniti. Nel lungo termine, una riduzione della presenza del Qatar nel mercato globale del GNL potrebbe ulteriormente rafforzare la quota di mercato americana, consolidando la dipendenza europea da un unico grande fornitore. Questo scenario ha implicazioni significative per l’autonomia strategica europea.” Il Commissario europeo per l’Energia Dan Jorgensen ha sintetizzato la situazione con parole rare a Bruxelles: “Siamo in una crisi dei prezzi.” Poi ha annunciato “misure mirate a breve termine” – formula che in gergo comunitario significa: non abbiamo soluzioni strutturali.
La struttura del profitto e lo spettro nucleare
C’è un filo rosso che attraversa tutti questi dati. Non è cospirazione: è struttura. Ogni volta che scoppia un conflitto nel Golfo, lo stesso meccanismo si mette in moto con la precisione di un orologio svizzero. Il petrolio sale. Le azioni della difesa salgono. Le major energetiche segnano nuovi massimi storici. Le popolazioni europee pagano bollette più alte. I paesi produttori non coinvolti nel conflitto – a partire dalla Russia – incassano una rendita straordinaria.
I più grandi guadagni nelle crisi non emergono dove si combatte. Emergono dove i mercati sono costretti a rivolgersi dopo: verso i produttori, i raffinatori, i contractor e gli investitori posizionati per riempire il vuoto.

Questa è la grammatica della guerra-economia. Non è nuova: è la stessa del 1973, la stessa del 1990, la stessa del 2022. Cambia il teatro. La regia è sempre riconoscibile. E il ventre molle d’Europa ha un nome e una capitale: Roma.
Ma c’è un capitolo che supera tutti gli altri. Uno che non si legge nei dati di borsa, ma che ha già cominciato a fare capolino nei briefing riservati e nei comunicati ufficiali. È il capitolo nucleare – e non riguarda solo l’Iran. Trump ha dichiarato al momento dell’attacco: “Il regime imparеrà a breve che non bisogna sfidare la potenza delle forze armate americane. Deponete le armi e sarete trattati giustamente con l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un linguaggio di ultimatum totale, senza spazio per la diplomazia. Poi, quando l’Iran ha minacciato di bloccare Hormuz, Trump ha scritto su Truth Social che se fermasse il flusso di petrolio nello Stretto, l’Iran verrebbe colpito dagli USA “venti volte più forte” di quanto fatto finora. Venti volte più forte di un’operazione che in due settimane ha già ucciso centinaia di civili, distrutto infrastrutture energetiche e attaccato siti nucleari.
L’Arms Control Association è esplicita sul rischio che si sta costruendo: Trump ha riferito ai suoi consiglieri che se la diplomazia o un attacco mirato non portano l’Iran a cedere alle sue richieste, prenderà in considerazione un’aggressione molto più vasta, destinata a rimuovere i leader dello Stato dal potere. Un cambio di regime ottenuto con la forza bruta, a qualunque costo.
Il paradosso finale è che la guerra avviata con il pretesto di fermare la bomba atomica iraniana ha prodotto l’effetto opposto. Alla fine del conflitto, l’Iran conserverà le competenze nucleari e probabilmente i materiali necessari per costruire una bomba. Secondo l’IAEA, circa 200 chilogrammi di uranio arricchito al 60% si trovano ancora nei complessi sotterranei di Isfahan — materiale sufficiente, se arricchito al 90%, per circa cinque ordigni nucleari. È sepolto sotto decine di metri di roccia, fuori dalla portata delle bombe convenzionali.
Proprio perché la struttura è troppo profonda per essere distrutta con bombardamenti convenzionali, c’è un dibattito crescente su una pericolosa missione a terra per sequestrare i cilindri contenenti l’uranio arricchito – un’operazione che comporta rischi di criticità nucleare, fughe di sostanze chimiche tossiche e il terreno di un conflitto attivo. Il capo della diplomazia russa Sergeij Lavrov ha avvertito con precisione chirurgica: la conseguenza logica delle azioni USA-Israele potrebbe essere che “in Iran emergeranno forze favorevoli a fare esattamente ciò che gli americani vogliono evitare – ottenere la bomba atomica. Perché gli USA non attaccano chi ha bombe nucleari”.
È qui che il circolo si chiude in modo agghiacciante. Una guerra venduta per fermare la proliferazione nucleare che accelera la proliferazione nucleare. Un presidente che minaccia di colpire “venti volte più forte” senza aver definito quale sia il limite massimo della forza. Un arsenale nucleare israeliano che nessuno nomina ma che Netanyahu si è rifiutato di escludere dal “menu delle opzioni”. E sul tavolo di Washington, Netanyahu che fa pressione su Trump per assumere una posizione ancora più aggressiva, minacciando di colpire i siti balistici iraniani da solo anche in caso di accordo. Il mondo non ha mai avuto un conflitto nel cuore del Golfo con queste caratteristiche: uno Stato nucleare non dichiarato (Israele), un presidente imprevedibile con una retorica da ultimatum assoluto (Trump), un paese che ha le competenze e il materiale per costruire una bomba in settimane (Iran), e uno Stretto di Hormuz che vale il 20% del petrolio globale nel mezzo del fuoco incrociato. I mercati possono festeggiare. Le corporation della difesa possono incassare i dividendi. La Russia può contare i miliardi extra. L’Europa può pagare le bollette. Ma sullo sfondo di tutto questo, per la prima volta in decenni, lo spettro nucleare non è più una metafora. È un’opzione sul tavolo. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la bomba è il prezzo finale che nessuno vuole pagare – finché qualcuno decide che sì, il prezzo è accettabile.
Tutti i dati citati sono aggiornati al 16 marzo 2026.
da Antimafiaduemila
https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/108389-vince-la-guerra-chi-non-spara-un-colpo.html






