Il cuore vivente e la macchina del mondo: diario da Mosca, nel tempo sospeso tra bioeconomia e guerra
- Margherita Furlan
IV Forum delle Tecnologie Future – 25-26 febbraio 2026
Il volo che non c’era
Non sarei dovuta arrivare a Mosca il 23 febbraio. Il mio volo era previsto per il 22, una domenica, con coincidenza a Istanbul e atterraggio a Vnukovo in serata. Avrei avuto il tempo di ambientarmi, di camminare lungo la Moscova ghiacciata nella luce corta dell’inverno, di prepararmi alla prima giornata del Forum. Invece uno sciame di droni ucraini ha investito Mosca.
La notizia è arrivata mentre attendevo il volo a Istanbul. Tutti e quattro gli aeroporti della capitale russa chiusi. Decine di voli cancellati o dirottati. Diciotto droni abbattuti in avvicinamento alla città, i detriti di uno precipitati nel cortile di una scuola a Obninsk. Nessuna vittima, dicevano le agenzie – ma la parola “nessuna” suonava già come una preghiera più che come un dato.
Il mio volo è stato cancellato senza appello. “Ragioni di sicurezza”, la formula liturgica dell’aviazione civile quando il cielo si riempie di oggetti che non dovrebbero esserci. Ho passato la notte del 22 a Istanbul, in un albergo vicino allo stretto del Bosforo, il mare innanzi e il telefono in mano a seguire gli aggiornamenti, a cercare di capire se il giorno dopo sarei riuscita a partire, se Mosca avrebbe riaperto il cielo. Fuori dalla finestra, il Bosforo era una striscia scura tra due continenti che non si parlano più.
Il 23 mattina ho preso il primo volo disponibile. Sono atterrata a Vnukovo nel pomeriggio, con un giorno di ritardo e quella sensazione che conosce solo chi viaggia verso le zone di frattura del mondo: la certezza che stai andando nel posto giusto al momento sbagliato, e che è esattamente per questo che devi andare.
Giulietto Chiesa, il giornalista italiano che per decenni fu corrispondente da Mosca – prima per L’Unità, poi per La Stampa – avrebbe capito questa sensazione. Lui, che ci ha lasciati nell’aprile del 2020 portandosi dietro un patrimonio di lucidità profetica che il tempo non ha fatto che confermare, aveva scritto e ripetuto fino all’ultimo che il mondo stava correndo verso una catastrofe con una velocità crescente, e che la principale sfida dell’umanità era legata alla minaccia della propria distruzione. Non la distruzione nucleare, o non solo quella. Una distruzione più sottile, più capillare, più definitiva: quella della coscienza, della capacità di comprendere, di decidere, di essere umani nel senso pieno del termine.
Mentre il taxi percorreva la tangenziale di Mosca verso il centro, pensavo a quelle parole. La globalizzazione ha abbassato la potenza intellettuale dell’uomo, diceva Chiesa. La tecnologia ha preso il comando su di noi. Un semplice cellulare ha ridotto, non aumentato, il nostro tempo, abbassando la nostra capacità di controllo. Lo diceva nel 2019, sette anni fa, quando il mondo era ancora ignaro dell’isolamento pandemico, dell’operazione speciale militare in Ucraina, dell’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa. Sette anni in cui ogni sua parola si è avverata con una precisione che ha del tragico.
Mosca senza mappa: quando il corpo supplisce alla tecnologia
La prima cosa che ho scoperto a Mosca è che la sim russa, acquistata ansiosamente in aeroporto per garantirmi quella connessione vietata dai limiti burocratici, era diventata inutile. Non del tutto, non ovunque — ma abbastanza da costringermi a ricordare cosa significhi orientarsi nel mondo senza la mediazione di uno schermo.
Più mi avvicinavo al Cremlino, più il segnale Internet si degradava fino a scomparire. Non era un guasto: era architettura della sicurezza, invisibile ma implacabile. Le mappe non caricavano. Le app di navigazione giravano a vuoto. I servizi di taxi, tutti basati su piattaforme digitali, diventavano irraggiungibili. Mi sono ritrovata su un marciapiede della Tverskaya con la neve che mi entrava nelle scarpe, lo schermo del telefono che mostrava un eterno cerchio di caricamento, e la consapevolezza improvvisa, quasi fisica, di essere una donna sola in una città straniera senza la più elementare delle bussole contemporanee: la connessione.

Ponte sul Bosforo a Istanbul in Turchia
Ed è stato in quel momento che è successo qualcosa che nessun algoritmo avrebbe potuto prevedere né replicare. Una donna, sulla quarantina, cappotto scuro e borsa della spesa, si è fermata accanto a me. Doveva aver visto la mia espressione di smarrimento, il telefono alzato verso il cielo come un’offerta votiva a un dio sordo. Mi ha parlato in russo, io ho risposto in un miscuglio di inglese e delle poche parole russe che conosco. Non importava. Ci siamo capite con le mani, con gli sguardi, con quella lingua universale che precede ogni tecnologia: la disponibilità a prendersi cura di uno sconosciuto.
Mi ha preso per il braccio — letteralmente, come si fa con una sorella — e mi ha accompagnata per due isolati fino a una fermata dove ha fermato un taxi con un gesto della mano, ha parlato con l’autista, ha dato indicazioni. Si è assicurata che fossi al sicuro. Ha rifiutato ogni ringraziamento con un sorriso e un gesto della mano. Poi è sparita nella neve.
Non sarebbe stata l’unica volta. Negli otto giorni a Mosca, ogni volta che la tecnologia mi abbandonava — e succedeva spesso, soprattutto nelle zone centrali, vicino ai palazzi del potere dove il segnale veniva evidentemente disturbato — era un essere umano a salvarmi. Un ragazzo che parlava un po’ di italiano perché aveva lavorato in un ristorante a Milano e che mi ha accompagnata a piedi fino all’albergo. Una signora anziana che mi ha indicato la strada con una precisione topografica che nessun GPS avrebbe eguagliato. Un tassista che, quando ha capito che ero italiana, ha abbassato il tassametro e mi ha chiesto, in un inglese stentato ma sincero: “Perché l’Europa non ci parla più?“
Ripensandoci, c’era qualcosa di profondamente significativo in quei momenti. Giulietto Chiesa diceva che il cellulare aveva ridotto la nostra capacità di controllo. A Mosca, quando il cellulare smetteva di funzionare, il controllo non scompariva: si trasferiva. Dal dispositivo alla persona. Dall’algoritmo all’empatia. Dalla piattaforma alla mano tesa. Come se la città, privandomi della tecnologia, mi restituisse qualcosa di più antico e più vero: la possibilità di affidarmi a un altro essere umano, e di scoprire che era disposto ad aiutarmi senza chiedere nulla in cambio. Senza nemmeno sapere il mio nome, né il mio Paese, né la mia opinione sulla guerra.
Questa è la Russia che non raccontiamo. La Russia degli sguardi che si incrociano nelle metropolitane, dei sorrisi timidi ma sinceri, della solidarietà silenziosa tra persone che la storia ha messo su fronti opposti ma che, a livello umano, continuano a cercarsi, a riconoscersi, ad amarsi. Ho visto più fratellanza in pochi giorni a Mosca che in mesi di dibattiti televisivi italiani. Ho sentito più umanità in una donna che mi prendeva per il braccio sulla Tverskaya che in cento editoriali sulla necessità di “isolare la Russia”.
Dentro il Forum: una nazione che costruisce mentre brucia
Il Centro del Commercio Internazionale di Mosca è un edificio che appartiene a un’altra epoca — quella in cui l’Unione Sovietica immaginava di poter commerciare con il mondo senza smettere di essere se stessa. Oggi, nel febbraio 2026, ospita il IV Forum delle Tecnologie Future, e l’ironia è quasi insostenibile: un Paese in guerra che dedica due giornate intere a parlare del futuro.
Fuori, la neve cade fitta, silenziosa, avvolgendo le cupole e i grattacieli in un manto che sembra voler congelare il tempo. Ma dentro, il tempo corre velocissimo — proiettato verso un’era in cui biologia, chimica, energia nucleare e intelligenza artificiale si fondono per ridisegnare le fondamenta stesse dell’economia russa. Più di 1.800 partecipanti da 57 Paesi. Oltre 260 rappresentanti d’impresa da più di 120 aziende. Scienziati, industriali, investitori: l’immagine di una nazione che cerca nella scienza la chiave per costruire una nuova società.

La Russia del 2026 è un Paese segnato da ferite profonde. Il conflitto ucraino ha generato una frustrazione sociale tangibile, visibile negli sguardi dei passanti e nelle conversazioni sommesse dei bar di Tverskaya. Le sanzioni occidentali hanno ridisegnato le catene di approvvigionamento, hanno costretto a ripensare alleanze e dipendenze. Ma c’è qualcosa che non mi aspettavo: la stanchezza. Non la rassegnazione — mai la rassegnazione. I russi non si sentono vinti, non si sentono piegati. Ma sono stanchi. Stanchi di una guerra che non hanno voluto, stanchi di sanzioni che colpiscono le persone comuni prima delle élite, stanchi soprattutto di non essere capiti. Di essere raccontati come barbari quando si sentono, e spesso sono, persone che vorrebbero solo vivere, lavorare, amare.
Lo sento nelle pause caffè del Forum, quando qualcuno scopre che sono italiana. Gli occhi si accendono. “L’Italia!“, dicono, e il tono è sempre lo stesso: nostalgia, affetto, un legame culturale che le sanzioni non hanno spezzato. E poi, immancabilmente, la domanda: “Ma perché ce l’avete con noi?“. Non è una domanda retorica. Non è propaganda. È lo smarrimento sincero di persone che sentono di essere state espulse da un mondo a cui appartenevano, senza capire fino in fondo il perché. “Noi amiamo l’Italia“, mi dice un ingegnere di San Pietroburgo con gli occhi lucidi, “e non capiamo perché l’Italia non ama più noi“.
Nessuno al Forum ha pronunciato la parola “Ucraina” dal palco. Ma la sua ombra era ovunque: nelle misure di sicurezza rafforzate, nella presenza discreta di uomini in uniforme ai margini della sala, nel fatto stesso che io ero arrivata con un giorno di ritardo perché i droni avevano chiuso il cielo di Mosca. E nessuno, ancora, pronunciava la parola “Iran” — ma tre giorni dopo la fine del Forum, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele avrebbero lanciato l’operazione congiunta contro Teheran. L’aria era carica di qualcosa che non aveva nome, ma che tutti percepivano.
Putin alla plenaria: il biglietto per il futuro
Sono le 15:40 del 25 febbraio quando Vladimir Putin sale sul palco della sessione plenaria. La sala è gremita: imprenditori, capitani d’industria, rettori di università, direttori di istituti di ricerca. Non è un pubblico di soli funzionari – è una platea prevalentemente composta da operatori economici, quelli che dovranno trasformare le parole del Presidente in fabbriche, brevetti, posti di lavoro. Tra essi, ci sono anch’io.
Putin apre con un tono quasi didattico, consapevole che l’audience televisiva va ben oltre la sala. Spiega cos’è la bioeconomia, quali prospettive pratiche apre per l’uomo, l’agricoltura, la sanità. Quale ruolo svolge nel rafforzamento della sovranità industriale e tecnologica del Paese. Ha appena visitato la mostra espositiva e ne è rimasto colpito: le innovazioni presentate, dice, producono un’impressione seria. Poi il discorso si fa strategico.
Il cuore del suo intervento è una visione integrata in cui biologia, energia nucleare e chimica non sono compartimenti stagni ma componenti di un unico sistema produttivo. Descrive un mondo industriale in cui i reagenti tradizionali vengono sostituiti da microrganismi naturali e sistemi viventi, capaci di fungere da catalizzatori di processi complessi. Evoca i cicli chiusi della produzione – dove i rifiuti di un’industria diventano materia prima per un’altra – e le applicazioni nella bioenergetica, nella protezione ambientale, nell’agricoltura.
Putin rende omaggio a Mikhail Kovalchuk, direttore dell’Istituto Kurchatov, che lo ha accompagnato per anni nel percorso verso le tecnologie “nature-like” – quelle ispirate ai processi naturali. Non imitare la natura, ma comprenderla a tal punto da riprodurne le logiche nei processi industriali. In sala, i rappresentanti di Rosatom annuiscono: il colosso nucleare russo è già attivo nelle biotecnologie, con stazioni bio-eco-autonome che combinano reattori nucleari di piccola taglia con sistemi di produzione alimentare per territori remoti.
Mentre ascolto Putin, penso ai moscoviti che mi hanno aiutata per strada. Alla frattura tra il mondo che il Presidente descrive — efficiente, algoritmico, sovrano — e il mondo che ho vissuto nelle strade di Mosca: tenuto insieme non dalla tecnologia ma dalla gentilezza delle persone. Il futuro che Putin progetta dal palco è fatto di piattaforme e biocatalizzatori. Il presente che ho toccato con mano è fatto di una donna che ti prende per il braccio quando sei persa. E mi chiedo quale dei due sia più solido.

Vladimir Putin
Stato e impresa: il patto e la gabbia
La vera novità politica del Forum non sta nelle tecnologie. Sta nel rapporto tra Stato e impresa che Putin ha ridefinito dalla tribuna. Tradotto dal linguaggio istituzionale russo: lo Stato indica la rotta, finanzia la ricerca di base, protegge il mercato interno; l’impresa investe, rischia, produce, esporta. È un patto, e Putin lo ha esplicitato con una chiarezza insolita.
Ha chiesto un aumento sostanziale dei finanziamenti, precisando che l’accento deve essere posto sull’attrazione di capitali privati — il finanziamento deve essere prevalentemente extra budget. Le aziende biotech dovranno ricevere agevolazioni fiscali lungo l’intera filiera, dalla ricerca al prodotto finito. Ma è sulla protezione del mercato che il messaggio si è fatto più diretto: la Russia deve difendere il proprio mercato con metodi moderni, ma in modo deciso e inequivocabile.
Questo patto Stato-impresa ha una portata che va oltre la bioeconomia. È il modello della Russia post-sanzioni: dirigista nella visione, pragmatico negli strumenti, aperto al capitale privato ma con una regia pubblica che non ammette deroghe. Un modello con i suoi rischi — la burocratizzazione, il clientelismo, la concentrazione del potere — ma che risponde a una logica strategica per la compiuta sovranità.
Il fantasma di Giulietto Chiesa: la tecnologia come strumento di dominio
È la sera del 25 febbraio. Sono tornata in albergo dopo la prima giornata del Forum. Dalla finestra della mia stanza si vede una Mosca che brilla sotto la neve, incurante dei droni che tre giorni prima ne hanno violato il cielo, indifferente alla guerra che in tre giorni esploderà in Iran. Provo a connettermi a Internet per inviare le mie note alla redazione. Il segnale va e viene. Spengo il telefono. Apro il taccuino. Scrivo a mano, come facevano i giornalisti prima che la tecnologia prendesse il comando su di noi, come direbbe Giulietto Chiesa.
Chiesa aveva dedicato gli ultimi vent’anni della sua vita a un’ostinata denuncia: la globalizzazione non è un processo neutro di integrazione economica, ma un progetto di dominio. Un progetto in cui la tecnologia non è uno strumento al servizio dell’uomo, ma il mezzo attraverso cui pochi possono controllare molti. Non parlava per metafore. Parlava con la precisione del giornalista che aveva visto crollare l’Unione Sovietica dall’interno, che aveva osservato da Mosca come l’Occidente avesse trattato la Russia post-sovietica come un territorio da colonizzare, e che aveva capito — prima di quasi tutti — che lo stesso meccanismo si sarebbe applicato, un giorno, al mondo intero. Quel giorno è arrivato.
La tecnologia nelle mani di pochi, sosteneva Chiesa, diventa uno strumento di manipolazione e di erosione della democrazia e dell’autonomia umana. Non era una posizione luddista: era l’analisi lucida di un uomo che comprendeva il potere trasformativo della tecnologia e ne temeva l’appropriazione da parte di élite che non rispondono a nessun elettorato, a nessun parlamento, a nessuna legge. I “padroni universali”, come li chiamava — quelle oligarchie transnazionali che controllano la scienza, la tecnologia, la comunicazione e le risorse del pianeta a detrimento della stragrande maggioranza dei suoi abitanti.
Oggi, seduta nella mia stanza d’albergo moscovita con il taccuino aperto e il telefono spento, capisco che Chiesa aveva visto con vent’anni d’anticipo esattamente ciò che il Forum delle Tecnologie Future celebrava e temeva al tempo stesso. E capisco anche un’altra cosa: che la donna sulla Tverskaya che mi ha preso per il braccio, l’ingegnere di San Pietroburgo che mi ha chiesto con gli occhi lucidi perché l’Italia non li ama più, il tassista che ha abbassato il tassametro — tutti loro sono la prova vivente che la “formattazione unica” dei popoli di cui parlava Chiesa non è ancora riuscita. Che sotto la superficie delle sanzioni, delle propagande, dei muri digitali e politici, gli esseri umani continuano a cercarsi, a riconoscersi, a trattarsi come fratelli. Ed è questo, forse, l’ultimo baluardo contro il dominio totale che Chiesa denunciava.

Giulietto Chiesa © Jacopo Bonfili
Perché al Forum la tecnologia era ovunque, ma il controllo della tecnologia era il vero tema non detto. Quando Putin parlava di sovranità biotecnologica, stava dicendo in linguaggio geopolitico ciò che Chiesa diceva in linguaggio critico: chi controlla la tecnologia controlla il destino dei popoli. La differenza è che Putin lo diceva per rivendicare il diritto della Russia a possedere le proprie catene tecnologiche; Chiesa lo diceva per denunciare il fatto che la maggioranza dell’umanità non possiede nulla — né i dati, né gli algoritmi, né le piattaforme, né i brevetti, né i semi geneticamente modificati che nutrono la terra.
Chiesa aveva intuito qualcosa di ancora più profondo: che la globalizzazione tecnologica non si limitava a concentrare il potere economico, ma stava erodendo la capacità stessa dell’uomo di pensare, di giudicare, di decidere autonomamente. Un semplice cellulare, diceva, ha ridotto il nostro tempo, non lo ha aumentato. Ha abbassato la nostra capacità di controllo. È una frase che suona banale finché non la si confronta con la realtà del 2026: un’umanità che non riesce più a distinguere una notizia vera da una falsa, che delega all’intelligenza artificiale la redazione dei propri pensieri, che affida a un algoritmo la scelta di cosa leggere, cosa comprare, chi votare, chi amare.
Al Forum, Sber (precedentemente Sberbank) ha presentato la piattaforma “AI for Science”. L’Istituto AIRI ha mostrato il modello generativo DiMA, capace di progettare proteine con proprietà predefinite. Il MFTI (Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca) ha svelato un prototipo per registrare informazioni nel DNA. Sono innovazioni straordinarie, che potrebbero salvare milioni di vite. Ma sono anche innovazioni che, nelle mani sbagliate o di troppo pochi, possono trasformare l’umanità da soggetto a oggetto della storia.
Chiesa lo sapeva. Nel 2001 aveva detto che non ci sarebbe stata questa globalizzazione senza una trasformazione radicale nel sistema della comunicazione mondiale. Per la prima volta, chi controllava il sistema di comunicazione poteva controllare ciò che l’umanità intera pensava, sentiva, desiderava, temeva. E oggi quel sistema si è fuso con l’intelligenza artificiale, con la bioingegneria, con la genomica, creando un apparato di potere che Chiesa non avrebbe potuto immaginare nei dettagli, ma di cui aveva perfettamente compreso la traiettoria.
Il serpente che si morde la coda
C’è un paradosso che ha attraversato il Forum come una corrente sotterranea, mai completamente portato alla superficie ma percepibile in ogni sessione: il ruolo dell’intelligenza artificiale nella bioeconomia è al tempo stesso la più grande promessa e il più grande rischio.
Il vicepremier Chernyshenko ha ricordato che un anno prima Putin aveva parlato dell’IA come forza rivoluzionaria per la chimica e i nuovi materiali; ora quella rivoluzione si estende alla bioeconomia. Ma è qui che il serpente inizia a mordersi la coda. In una società in cui i valori tradizionali si erodono – corrosi dalla guerra, dalla disinformazione, dalla velocità del cambiamento, dalla distanza crescente tra le generazioni – l’intelligenza artificiale avanza a colmare il vuoto. E più avanza, più il vuoto si allarga.
L’IA progetta proteine che l’uomo non sa più concepire con la sola intuizione. Accelera la scoperta di farmaci che richiederebbero decenni. Ottimizza i raccolti, prevede le epidemie, analizza il genoma. Ma ogni passo avanti dell’IA è un passo indietro dell’esperienza umana diretta – della conoscenza tattile, intuitiva, corporea che per millenni ha guidato la medicina, l’agricoltura, la chimica.
Il risultato è una spirale: più la società perde i propri punti di riferimento – il senso della comunità, il rapporto con la terra, la fiducia nelle istituzioni, la sacralità della vita – più si affida all’IA per compensare ciò che ha perso. E più si affida all’IA, più quei valori si allontanano, sostituiti da algoritmi che ottimizzano ma non sentono, che calcolano ma non soffrono, che producono ma non creano senso.
È esattamente ciò che Chiesa denunciava. Lui parlava di una crisi profonda, la più profonda che l’umanità avesse mai affrontato — non una crisi economica o politica, ma una crisi ontologica: l’uomo stava perdendo la capacità di essere umano. La globalizzazione mirava all’omogeneizzazione dei popoli, alla loro formattazione unica, che ne consentisse un totale controllo. E l’intelligenza artificiale è lo strumento definitivo di quella formattazione: non impone una cultura con la forza delle armi, ma dissolve tutte le culture nella liquidità di un algoritmo che sa tutto di noi e di cui noi non sappiamo nulla.
Al Forum, questo paradosso si è manifestato in modo quasi plastico: nelle stesse sale in cui si celebrava la capacità dell’IA di progettare organi umani e di decifrare il linguaggio della vita, si tenevano sessioni sulla necessità di “popolarizzare” la scienza tra i giovani, di fare “propaganda” – la parola l’ha usata Putin stesso – della bioeconomia. Come se il problema non fosse la mancanza di tecnologia, ma la mancanza di umanità con cui la si accoglie.
Sovranità: quando la politica entra nel DNA
Putin ha usato la parola “sovranità” più volte: industriale, tecnologica, alimentare, biologica. È il concetto-chiave della Russia post-2022, il principio organizzatore di ogni politica pubblica. Ma non è un concetto esclusivamente russo. È la grande ossessione del XXI secolo, condivisa da Washington, Pechino, Bruxelles, New Delhi. Ogni potenza ha capito che chi non controlla la propria catena tecnologica è vulnerabile.
Ha chiesto che la Russia passi dall’importazione sostitutiva alla produzione di soluzioni globalmente competitive. Ha insistito sulla necessità di produrre in Russia strumenti, enzimi, biocatalizzatori. Ha proposto regimi giuridici sperimentali per le biotecnologie.
Ma c’è un aspetto che il Forum ha sfiorato senza affrontare fino in fondo: l’infrastruttura. Non si costruisce una bioeconomia digitale senza una rete di fibra ottica capillare, senza data center, senza connettività nelle regioni remote. La sovranità tecnologica si conquista metro per metro, cavo per cavo, nella posa silenziosa della fibra nel sottosuolo. Se la rete svanisce per ragioni di sicurezza nella capitale, cosa accade nelle sterminate periferie della Russia, nelle città della Siberia, nei villaggi dell’Estremo Oriente dove Putin vuole installare le stazioni bio-eco-autonome?
È una lezione universale. L’Europa investe miliardi nel Green Deal e nell’IA, ma il digital divide tra aree urbane e rurali resta abissale. Gli Stati Uniti dominano il software ma dipendono dalla Cina per i chip. La Cina costruisce fabbriche di semiconduttori ma importa la tecnologia litografica dall’Olanda. Nessuno è sovrano davvero.
Putin ha portato la sovranità su un terreno ancora più profondo: la sovranità biologica. La Russia possiede uno dei patrimoni di biodiversità più vasti del pianeta. Nell’era della bioeconomia, questo patrimonio non è più solo natura: è materia prima strategica. Chi controlla le risorse genetiche controlla la capacità di innovare.
Il Forum ha dedicato sessioni alla “biogeopolitica” – un termine che suona come una dichiarazione d’intenti. La bioeconomia non è neutra: è politica. È politica quando un Paese vieta l’esportazione di ceppi batterici. È politica quando un brevetto su una sequenza genetica determina chi può produrre un farmaco. È politica quando la capacità di modificare un organismo vivente diventa un’arma nella competizione economica globale.
Chiesa avrebbe aggiunto: ed è politica soprattutto quando queste decisioni vengono prese in stanze chiuse, da élite che non rispondono a nessuno, in nome di una competitività che è il sinonimo educato del dominio. Quando il Brasile protegge l’Amazzonia, quando l’India difende le sue varietà di riso, quando l’Africa chiede il riconoscimento della propria biodiversità — parlano tutti la stessa lingua. Ma chi li ascolta? E chi decide se quella lingua verrà tradotta in diritti o in brevetti altrui?

Si può copiare la creazione?
Nel fermento dell’innovazione, il Forum ha avuto la lucidità di aprire uno spazio alla riflessione etica. Le domande emerse non erano retoriche. Fino a dove può spingersi l’uomo nel replicare, modificare, reinventare i processi della vita senza varcare una soglia che non dovrebbe essere varcata?
Le sessioni sulla medicina rigenerativa, la genomica, le tecnologie cellulari, i farmaci anti-invecchiamento hanno portato alla luce interrogativi che la scienza da sola non può risolvere. Quando un organo viene coltivato in laboratorio, quando un peptide viene progettato da un algoritmo, quando il DNA diventa un supporto di archiviazione dati, l’uomo resta al centro del mondo, o diventa materia prima del proprio ingegno?
Putin ha affrontato il tema con nettezza insolita: è fondamentale stabilire fin dall’inizio confini etici chiari per l’applicazione delle biotecnologie. Kovalchuk ha avvertito che il percorso verso la regolamentazione deve essere ponderato e graduale. Kirpichnikov (membro a pieno titolo dell’Accademia Russa delle Scienze, una delle figure accademiche di punta nel campo della biologia e della bioingegneria in Russia) ha invocato una nuova legge sulle tecnologie genetiche.
Ma la questione resta radicalmente aperta. Non perché manchino le leggi, ma perché la velocità dell’innovazione supera la capacità dell’uomo di comprenderne le implicazioni. Le barriere all’innovazione – i costi elevati, le restrizioni regolatorie, la carenza di dati sugli effetti a lungo termine – sono anche le barriere che proteggono l’umanità da se stessa. Abbatterle troppo in fretta potrebbe significare aprire porte che non sappiamo più chiudere.
L’ombra di Teheran: il mondo che scivola
Scrivo queste righe il 26 febbraio, ultimo giorno del Forum. Il vicepremier Chernyshenko ha appena chiuso i lavori. Nelle sale si smontano i pannelli, si arrotolano i cavi. Due giorni di proteine sintetiche e reattori nucleari, di algoritmi che progettano la vita e mercati da conquistare, di miliardi di rubli e strategie al 2050.
Ma non riesco a scrollarmi di dosso una sensazione che mi accompagna dal 22 febbraio, da quando i droni hanno chiuso il cielo di Mosca e il mio volo è stato cancellato. È la sensazione che il mondo stia scivolando verso qualcosa di più grande, di più oscuro, di più irreversibile di quanto chiunque in questa sala sia disposto ad ammettere.
La tensione intorno all’Iran è palpabile, anche se non se ne parla. I negoziati di Ginevra sul nucleare si sono conclusi senza accordo. Trump ha dato un ultimatum di dieci giorni. Il Golfo Persico è pieno di portaerei americane come non si vedeva dai tempi dell’invasione dell’Iraq. E io sono qui, a Mosca, in un Paese che discute del futuro della bioeconomia mentre il presente prepara un’altra deflagrazione.
Fra due giorni – lo scoprirò solo dopo, come tutti – gli Stati Uniti e Israele lanceranno l’operazione congiunta contro l’Iran. “Operation Epic Fury” e “Operation Roaring Lion”. Assassineranno la Guida Suprema Khamenei. L’Iran risponderà con missili balistici su Israele e sulle basi americane nel Golfo. Lo Stretto di Hormuz verrà chiuso. I mercati crolleranno. Il mondo precipiterà in una crisi che, mentre scrivo nella mia stanza d’albergo moscovita, è ancora solo un’ombra – ma un’ombra che si allunga.
Giulietto Chiesa aveva previsto anche questo. Non nei dettagli — non il giorno, non il luogo, non i nomi. Ma la traiettoria. Aveva scritto che la globalizzazione americana era entrata nella sua fase finale: una guerra planetaria che non era lotta per il controllo delle risorse, ma per il dominio mondiale. Aveva avvertito che dopo l’Afghanistan sarebbe stata la volta dell’Iraq, poi degli altri Stati definiti “canaglia”, poi dei nemici individuati in ogni parte del mondo. L’Iran era nella lista. È sempre stato nella lista. Il suo primo libro, nel 1980, si intitolava “Obiettivo Teheran”.
Quarantasei anni dopo, Teheran è di nuovo un obiettivo. E Chiesa non c’è più a raccontarlo, a denunciarlo, a gridare ciò che pochi hanno il coraggio di dire: che ogni guerra di questo secolo è una guerra per il controllo — delle risorse, delle tecnologie, delle rotte, dei dati, dei genomi. Che la bioeconomia non è separata dalla geopolitica; ne è l’ultima, più sofisticata frontiera. Che chi controlla le biotecnologie di domani controllerà non solo l’economia, ma la biologia stessa dell’umanità.
E la domanda di Chiesa risuona più forte che mai: chi controllerà tutto questo? I popoli? I governi? Le corporation? Un’oligarchia tecnologica senza volto né patria?
Il ritorno: la fialetta di Powell e la menzogna infinita
Sono rientrata a Roma il 4 marzo. Il conflitto iraniano era esploso quattro giorni prima, ma io l’ho vissuto da Mosca, e questo cambia tutto. Cambia la prospettiva. Cambia il suono delle parole. Cambia il senso della verità.
Nei giorni tra la fine del Forum e la mia partenza, ho guardato i telegiornali russi nelle sale d’attesa degli aeroporti, nei bar, nella hall dell’albergo. E ho sentito qualcosa che in Italia, lo sapevo già, non avrei mai sentito: un’altra versione della storia, che poneva le domande che l’Occidente si rifiuta di porre.
I conduttori moscoviti guardavano in camera e dicevano: “Ma è come la fialetta di Colin Powell“. E avevano ragione. Quella fialetta agitata alle Nazioni Unite nel 2003, con dentro polvere bianca spacciata per armi biologiche irachene che non sono mai esistite, è diventata il simbolo eterno della menzogna istituzionalizzata al servizio della guerra. E ora, vent’anni dopo, lo schema si ripeteva. Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Ma l’Iran non ha fatto nulla per essere attaccato. Non ha la bomba nucleare. Israele sì. Lo stesso Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato “obliterato” dai raid dell’estate precedente. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica ha smentito che Teheran fosse a giorni o settimane dal possedere l’arma atomica. Eppure le bombe cadono.
I russi non comprendono tanta fretta nell’interventismo. Non capiscono perché una potenza che si proclama custode della libertà mondiale bombardi un Paese sovrano sulla base di prove che non esistono, o che si è lei stessa incaricata di distruggere pochi mesi prima. Non capiscono, soprattutto, perché il mondo resti in silenzio. È lo stesso silenzio che loro stessi hanno sperimentato, lo stesso schema che hanno visto applicare a sé stessi: prima ti isolano, poi ti demonizzano, poi ti colpiscono. E chi osa dire che il re è nudo viene bollato come propagandista del nemico.

Colin Powell alle Nazioni Unite
“Ma è l’Iran che deve difendersi“, diceva un anziano signore seduto accanto a me nella sala d’attesa di Vnukovo, scuotendo la testa. “Non è l’Iran che ha attaccato. È l’Iran che viene attaccato. Perché nessuno dice questa cosa semplice?“. Gli ho risposto che in Italia, probabilmente, nessuno l’avrebbe detta. Mi ha guardato con un’espressione che non dimenticherò: non era rabbia, era tristezza. La tristezza di chi vede il mondo mentire e non può fare nulla per fermarlo.
Giulietto Chiesa avrebbe riconosciuto quella tristezza. L’aveva provata lui stesso, per decenni, denunciando le menzogne che preparano le guerre. Dalla fialetta di Powell alla manipolazione dell’informazione in tempo di guerra, dalle operazioni di regime change mascherate da interventi umanitari alla costruzione mediatica del nemico. Chiesa sapeva che ogni guerra del XXI secolo è prima di tutto una guerra dell’informazione – e che la tecnologia, nelle mani di chi controlla i media, è l’arma più potente mai creata. Non uccide i corpi: uccide la verità. E senza verità, i corpi cadono da soli.
Rientrata a Fiumicino, ho acceso la televisione italiana. Un altro pianeta. Le stesse immagini, un’altra narrazione. A Mosca qualcuno poneva le domande. A Roma, le domande sono già state cancellate dal copione.
La neve che cade e il cuore che resta
Quando l’ultimo relatore ha lasciato il palco del Forum e le luci della sala plenaria si sono abbassate, fuori dal Centro del Commercio Internazionale la neve cadeva ancora. Più fitta, quasi ostinata, come se volesse dire qualcosa che le parole non avevano saputo esprimere.
In due giorni si è parlato di proteine sintetiche e reattori nucleari, di algoritmi che progettano la vita e di mercati da conquistare, di sovranità tecnologica e sovranità biologica, di miliardi di rubli e di strategie al 2050. Si è parlato di tutto ciò che l’uomo può fare, costruire, calcolare, brevettare.
Ma ciò che porto con me, rientrando in Italia mentre il Medio Oriente brucia e il mondo finge di non vedere, non sono solo i dati del Forum. Non sono le cifre degli investimenti né le sigle delle piattaforme biotecnologiche. Ciò che porto con me è il braccio di una donna sconosciuta sulla Tverskaya. È lo sguardo lucido dell’ingegnere di San Pietroburgo. È la tristezza dignitosa dell’anziano di Vnukovo. È la gentilezza ostinata di un popolo che il mondo vuole isolare e che continua, nonostante tutto, a tendere la mano.
Il titolo del Forum – “Bioeconomia per l’uomo” – suggerisce una risposta: l’uomo è il fine, non il mezzo. Ma le parole possono essere gabbie dorate o bussole. In una sala piena di imprenditori che calcolano ritorni sugli investimenti, la parola “uomo” rischia di diventare una variabile dell’equazione anziché la ragione dell’equazione stessa.
Putin ha parlato per quasi un’ora di tecnologie, investimenti, strategie. Ma la frase più vera del suo discorso è stata forse la più breve: “Gli scienziati non sono ancora arrivati a creare un cuore vivente, ma si stanno muovendo in quella direzione“.
Un cuore vivente. Ecco cosa cerca la Russia – e con lei il mondo intero. Non un cuore di silicio, non un cuore di dati, non un cuore ottimizzato da un algoritmo. Un cuore che batte per qualcosa che va oltre la sovranità, oltre il mercato, oltre la competizione.
Giulietto Chiesa non avrebbe smesso di avvertirci. Avrebbe detto che quel cuore vivente è in pericolo – non perché la tecnologia sia cattiva, ma perché è nelle mani di chi non ha cuore. Avrebbe detto che la velocità con cui ci avviciniamo alla catastrofe è proporzionale alla velocità con cui rinunciamo a pensare con la nostra testa. Avrebbe detto che informare, allarmare, inquietare è un punto fondamentale, perché c’è ancora un mare di gente che ritiene che questa sarà una delle tante crisi dalla quale usciremo come in passato.
Ma questa crisi non è come le altre. Questa crisi è l’ultima corsa di un’umanità che ha consegnato le chiavi del proprio destino a macchine che non sanno cos’è il destino, a mercati che non sanno cos’è il valore, a potenze che non sanno cos’è la pace. E la neve che cade su Mosca, su Teheran, su Gaza, su tutte le città del mondo, non sa se è un manto di protezione o un sudario.
Eppure. Eppure c’è quella donna sulla Tverskaya. C’è quel braccio che ti prende. C’è quel sorriso che non chiede il passaporto. C’è quella domanda – “perché non ci amate più?” – che è la domanda più politica e più umana che si possa porre. Perché in quella domanda c’è tutto: l’assurdità delle sanzioni che puniscono i popoli e non i governi, la follia delle guerre che si combattono per procura, l’oscenità di un mondo in cui la tecnologia può progettare un cuore artificiale ma non riesce a far battere quello vero tra due nazioni che si sono sempre amate.
Cos’è che rende la vita degna di essere vissuta?
Non è la bioeconomia. Non è la sovranità. Non è nemmeno il progresso. È qualcosa che ha a che fare con il modo in cui ci guardiamo negli occhi. Con la mano che stringe un’altra mano. Con il silenzio condiviso davanti a un paesaggio di neve. Con la capacità – tutta umana, irriducibilmente umana – di trovare senso anche nel dolore, di sperare anche nella perdita, di amare anche quando tutto sembra suggerire il contrario.
La neve, intanto, continuava a cadere. E il mondo, tre giorni dopo, prendeva fuoco. Ma in una strada di Mosca, una donna sconosciuta aveva preso per il braccio una giornalista italiana smarrita, e per un istante – un istante solo, fragile e immenso – la pace era esistita.
Nota dell’autrice
Questo reportage è stato redatto sulla base di 19 documenti ufficiali del IV Forum delle Tecnologie Future (ФБТ-2026), della trascrizione integrale del discorso del Presidente Putin (kremlin.ru), delle cronache di Vedomosti, RBC, Kommersant e del portale del Governo russo, delle osservazioni dirette dell’inviata presente alla sessione plenaria del 25 febbraio 2026.
*Direttrice Casa del Sole TV
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