Il cuore vivente e la macchina del mondo: diario da Mosca, nel tempo sospeso tra bioeconomia e guerra
- Margherita Furlan
IV Forum delle Tecnologie Future – 25-26 febbraio 2026Ā
Il volo che non cāeraĀ
Non sarei dovuta arrivare a Mosca il 23 febbraio. Il mio volo era previsto per il 22, una domenica, con coincidenza a Istanbul e atterraggio a Vnukovo in serata. Avrei avuto il tempo di ambientarmi, di camminare lungo la Moscova ghiacciata nella luce corta dellāinverno, di prepararmi alla prima giornata del Forum. Invece uno sciame di droni ucraini ha investito Mosca.
La notizia ĆØ arrivata mentre attendevo il volo a Istanbul. Tutti e quattro gli aeroporti della capitale russa chiusi. Decine di voli cancellati o dirottati. Diciotto droni abbattuti in avvicinamento alla cittĆ , i detriti di uno precipitati nel cortile di una scuola a Obninsk. Nessuna vittima, dicevano le agenzie – ma la parola “nessuna” suonava giĆ come una preghiera più che come un dato.
Il mio volo ĆØ stato cancellato senza appello. “Ragioni di sicurezza”, la formula liturgica dellāaviazione civile quando il cielo si riempie di oggetti che non dovrebbero esserci. Ho passato la notte del 22 a Istanbul, in un albergo vicino allo stretto del Bosforo, il mare innanzi e il telefono in mano a seguire gli aggiornamenti, a cercare di capire se il giorno dopo sarei riuscita a partire, se Mosca avrebbe riaperto il cielo. Fuori dalla finestra, il Bosforo era una striscia scura tra due continenti che non si parlano più.
Il 23 mattina ho preso il primo volo disponibile. Sono atterrata a Vnukovo nel pomeriggio, con un giorno di ritardo e quella sensazione che conosce solo chi viaggia verso le zone di frattura del mondo: la certezza che stai andando nel posto giusto al momento sbagliato, e che ĆØ esattamente per questo che devi andare.
Giulietto Chiesa, il giornalista italiano che per decenni fu corrispondente da Mosca – prima perĀ LāUnitĆ , poi perĀ La StampaĀ – avrebbe capito questa sensazione. Lui, che ci ha lasciati nellāaprile del 2020 portandosi dietro un patrimonio di luciditĆ profetica che il tempo non ha fatto che confermare, aveva scritto e ripetuto fino allāultimo che il mondo stava correndo verso una catastrofe con una velocitĆ crescente, e che la principale sfida dellāumanitĆ era legata alla minaccia della propria distruzione. Non la distruzione nucleare, o non solo quella. Una distruzione più sottile, più capillare, più definitiva: quella della coscienza, della capacitĆ di comprendere, di decidere, di essere umani nel senso pieno del termine.
Mentre il taxi percorreva la tangenziale di Mosca verso il centro, pensavo a quelle parole. La globalizzazione ha abbassato la potenza intellettuale dellāuomo, diceva Chiesa. La tecnologia ha preso il comando su di noi. Un semplice cellulare ha ridotto, non aumentato, il nostro tempo, abbassando la nostra capacitĆ di controllo. Lo diceva nel 2019, sette anni fa, quando il mondo era ancora ignaro dellāisolamento pandemico, dellāoperazione speciale militare in Ucraina, dellāesplosione dellāintelligenza artificiale generativa. Sette anni in cui ogni sua parola si ĆØ avverata con una precisione che ha del tragico.
Mosca senza mappa: quando il corpo supplisce alla tecnologia
La prima cosa che ho scoperto a Mosca ĆØ che la sim russa, acquistata ansiosamente in aeroporto per garantirmi quella connessione vietata dai limiti burocratici, era diventata inutile. Non del tutto, non ovunque ā ma abbastanza da costringermi a ricordare cosa significhi orientarsi nel mondo senza la mediazione di uno schermo.
Più mi avvicinavo al Cremlino, più il segnale Internet si degradava fino a scomparire. Non era un guasto: era architettura della sicurezza, invisibile ma implacabile. Le mappe non caricavano. Le app di navigazione giravano a vuoto. I servizi di taxi, tutti basati su piattaforme digitali, diventavano irraggiungibili. Mi sono ritrovata su un marciapiede della Tverskaya con la neve che mi entrava nelle scarpe, lo schermo del telefono che mostrava un eterno cerchio di caricamento, e la consapevolezza improvvisa, quasi fisica, di essere una donna sola in una città straniera senza la più elementare delle bussole contemporanee: la connessione.

Ponte sul Bosforo a Istanbul in Turchia
Ed ĆØ stato in quel momento che ĆØ successo qualcosa che nessun algoritmo avrebbe potuto prevedere nĆ© replicare. Una donna, sulla quarantina, cappotto scuro e borsa della spesa, si ĆØ fermata accanto a me. Doveva aver visto la mia espressione di smarrimento, il telefono alzato verso il cielo come unāofferta votiva a un dio sordo. Mi ha parlato in russo, io ho risposto in un miscuglio di inglese e delle poche parole russe che conosco. Non importava. Ci siamo capite con le mani, con gli sguardi, con quella lingua universale che precede ogni tecnologia: la disponibilitĆ a prendersi cura di uno sconosciuto.
Mi ha preso per il braccio ā letteralmente, come si fa con una sorella ā e mi ha accompagnata per due isolati fino a una fermata dove ha fermato un taxi con un gesto della mano, ha parlato con lāautista, ha dato indicazioni. Si ĆØ assicurata che fossi al sicuro. Ha rifiutato ogni ringraziamento con un sorriso e un gesto della mano. Poi ĆØ sparita nella neve.
Non sarebbe stata lāunica volta. Negli otto giorni a Mosca, ogni volta che la tecnologia mi abbandonava ā e succedeva spesso, soprattutto nelle zone centrali, vicino ai palazzi del potere dove il segnale veniva evidentemente disturbato ā era un essere umano a salvarmi. Un ragazzo che parlava un poā di italiano perchĆ© aveva lavorato in un ristorante a Milano e che mi ha accompagnata a piedi fino allāalbergo. Una signora anziana che mi ha indicato la strada con una precisione topografica che nessun GPS avrebbe eguagliato. Un tassista che, quando ha capito che ero italiana, ha abbassato il tassametro e mi ha chiesto, in un inglese stentato ma sincero: “PerchĆ© lāEuropa non ci parla più?“
Ripensandoci, cāera qualcosa di profondamente significativo in quei momenti.Ā Giulietto ChiesaĀ diceva che il cellulare aveva ridotto la nostra capacitĆ di controllo. A Mosca, quando il cellulare smetteva di funzionare, il controllo non scompariva: si trasferiva. Dal dispositivo alla persona. Dallāalgoritmo allāempatia. Dalla piattaforma alla mano tesa. Come se la cittĆ , privandomi della tecnologia, mi restituisse qualcosa di più antico e più vero: la possibilitĆ di affidarmi a un altro essere umano, e di scoprire che era disposto ad aiutarmi senza chiedere nulla in cambio. Senza nemmeno sapere il mio nome, nĆ© il mio Paese, nĆ© la mia opinione sulla guerra.
Questa ĆØ la Russia che non raccontiamo. La Russia degli sguardi che si incrociano nelle metropolitane, dei sorrisi timidi ma sinceri, della solidarietĆ silenziosa tra persone che la storia ha messo su fronti opposti ma che, a livello umano, continuano a cercarsi, a riconoscersi, ad amarsi. Ho visto più fratellanza in pochi giorni a Mosca che in mesi di dibattiti televisivi italiani. Ho sentito più umanitĆ in una donna che mi prendeva per il braccio sulla Tverskaya che in cento editoriali sulla necessitĆ di “isolare la Russia”.
Dentro il Forum: una nazione che costruisce mentre brucia
Il Centro del Commercio Internazionale di Mosca ĆØ un edificio che appartiene a unāaltra epoca ā quella in cui lāUnione Sovietica immaginava di poter commerciare con il mondo senza smettere di essere se stessa. Oggi, nel febbraio 2026, ospita il IV Forum delle Tecnologie Future, e lāironia ĆØ quasi insostenibile: un Paese in guerra che dedica due giornate intere a parlare del futuro.
Fuori, la neve cade fitta, silenziosa, avvolgendo le cupole e i grattacieli in un manto che sembra voler congelare il tempo. Ma dentro, il tempo corre velocissimo ā proiettato verso unāera in cui biologia, chimica, energia nucleare e intelligenza artificiale si fondono per ridisegnare le fondamenta stesse dellāeconomia russa. Più di 1.800 partecipanti da 57 Paesi. Oltre 260 rappresentanti dāimpresa da più di 120 aziende. Scienziati, industriali, investitori: lāimmagine di una nazione che cerca nella scienza la chiave per costruire una nuova societĆ .Ā

La Russia del 2026 ĆØ un Paese segnato da ferite profonde. Il conflitto ucraino ha generato una frustrazione sociale tangibile, visibile negli sguardi dei passanti e nelle conversazioni sommesse dei bar di Tverskaya. Le sanzioni occidentali hanno ridisegnato le catene di approvvigionamento, hanno costretto a ripensare alleanze e dipendenze. Ma cāĆØ qualcosa che non mi aspettavo: la stanchezza. Non la rassegnazione ā mai la rassegnazione. I russi non si sentono vinti, non si sentono piegati. Ma sono stanchi. Stanchi di una guerra che non hanno voluto, stanchi di sanzioni che colpiscono le persone comuni prima delle Ć©lite, stanchi soprattutto di non essere capiti. Di essere raccontati come barbari quando si sentono, e spesso sono, persone che vorrebbero solo vivere, lavorare, amare.
Lo sento nelle pause caffĆØ del Forum, quando qualcuno scopre che sono italiana. Gli occhi si accendono. “LāItalia!“, dicono, e il tono ĆØ sempre lo stesso: nostalgia, affetto, un legame culturale che le sanzioni non hanno spezzato. E poi, immancabilmente, la domanda: “Ma perchĆ© ce lāavete con noi?“. Non ĆØ una domanda retorica. Non ĆØ propaganda. Ć lo smarrimento sincero di persone che sentono di essere state espulse da un mondo a cui appartenevano, senza capire fino in fondo il perchĆ©. “Noi amiamo lāItalia“, mi dice un ingegnere di San Pietroburgo con gli occhi lucidi, “e non capiamo perchĆ© lāItalia non ama più noi“.
Nessuno al Forum ha pronunciato la parola “Ucraina” dal palco. Ma la sua ombra era ovunque: nelle misure di sicurezza rafforzate, nella presenza discreta di uomini in uniforme ai margini della sala, nel fatto stesso che io ero arrivata con un giorno di ritardo perchĆ© i droni avevano chiuso il cielo di Mosca. E nessuno, ancora, pronunciava la parola “Iran” ā ma tre giorni dopo la fine del Forum, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele avrebbero lanciato lāoperazione congiunta contro Teheran. Lāaria era carica di qualcosa che non aveva nome, ma che tutti percepivano.
Putin alla plenaria: il biglietto per il futuro
Sono le 15:40 del 25 febbraio quandoĀ Vladimir PutinĀ sale sul palco della sessione plenaria. La sala ĆØ gremita: imprenditori, capitani dāindustria, rettori di universitĆ , direttori di istituti di ricerca. Non ĆØ un pubblico di soli funzionari – ĆØ una platea prevalentemente composta da operatori economici, quelli che dovranno trasformare le parole del Presidente in fabbriche, brevetti, posti di lavoro. Tra essi, ci sono anchāio.
Putin apre con un tono quasi didattico, consapevole che lāaudience televisiva va ben oltre la sala. Spiega cosāĆØ la bioeconomia, quali prospettive pratiche apre per lāuomo, lāagricoltura, la sanitĆ . Quale ruolo svolge nel rafforzamento della sovranitĆ industriale e tecnologica del Paese. Ha appena visitato la mostra espositiva e ne ĆØ rimasto colpito: le innovazioni presentate, dice, producono unāimpressione seria. Poi il discorso si fa strategico.
Il cuore del suo intervento ĆØ una visione integrata in cui biologia, energia nucleare e chimica non sono compartimenti stagni ma componenti di un unico sistema produttivo. Descrive un mondo industriale in cui i reagenti tradizionali vengono sostituiti da microrganismi naturali e sistemi viventi, capaci di fungere da catalizzatori di processi complessi. Evoca i cicli chiusi della produzione – dove i rifiuti di unāindustria diventano materia prima per unāaltra – e le applicazioni nella bioenergetica, nella protezione ambientale, nellāagricoltura.
Putin rende omaggio aĀ Mikhail Kovalchuk, direttore dellāIstituto Kurchatov, che lo ha accompagnato per anni nel percorso verso le tecnologie “nature-like” – quelle ispirate ai processi naturali. Non imitare la natura, ma comprenderla a tal punto da riprodurne le logiche nei processi industriali. In sala, i rappresentanti di Rosatom annuiscono: il colosso nucleare russo ĆØ giĆ attivo nelle biotecnologie, con stazioni bio-eco-autonome che combinano reattori nucleari di piccola taglia con sistemi di produzione alimentare per territori remoti.
Mentre ascolto Putin, penso ai moscoviti che mi hanno aiutata per strada. Alla frattura tra il mondo che il Presidente descrive ā efficiente, algoritmico, sovrano ā e il mondo che ho vissuto nelle strade di Mosca: tenuto insieme non dalla tecnologia ma dalla gentilezza delle persone. Il futuro che Putin progetta dal palco ĆØ fatto di piattaforme e biocatalizzatori. Il presente che ho toccato con mano ĆØ fatto di una donna che ti prende per il braccio quando sei persa. E mi chiedo quale dei due sia più solido.

Vladimir Putin
Stato e impresa: il patto e la gabbia
La vera novitĆ politica del Forum non sta nelle tecnologie. Sta nel rapporto tra Stato e impresa che Putin ha ridefinito dalla tribuna. Tradotto dal linguaggio istituzionale russo: lo Stato indica la rotta, finanzia la ricerca di base, protegge il mercato interno; lāimpresa investe, rischia, produce, esporta. Ć un patto, e Putin lo ha esplicitato con una chiarezza insolita.
Ha chiesto un aumento sostanziale dei finanziamenti, precisando che lāaccento deve essere posto sullāattrazione di capitali privati ā il finanziamento deve essere prevalentemente extra budget. Le aziende biotech dovranno ricevere agevolazioni fiscali lungo lāintera filiera, dalla ricerca al prodotto finito. Ma ĆØ sulla protezione del mercato che il messaggio si ĆØ fatto più diretto: la Russia deve difendere il proprio mercato con metodi moderni, ma in modo deciso e inequivocabile.
Questo patto Stato-impresa ha una portata che va oltre la bioeconomia. Ć il modello della Russia post-sanzioni: dirigista nella visione, pragmatico negli strumenti, aperto al capitale privato ma con una regia pubblica che non ammette deroghe. Un modello con i suoi rischi ā la burocratizzazione, il clientelismo, la concentrazione del potere ā ma che risponde a una logica strategica per la compiuta sovranitĆ .
Il fantasma di Giulietto Chiesa: la tecnologia come strumento di dominio
Ć la sera del 25 febbraio. Sono tornata in albergo dopo la prima giornata del Forum. Dalla finestra della mia stanza si vede una Mosca che brilla sotto la neve, incurante dei droni che tre giorni prima ne hanno violato il cielo, indifferente alla guerra che in tre giorni esploderĆ in Iran. Provo a connettermi a Internet per inviare le mie note alla redazione. Il segnale va e viene. Spengo il telefono. Apro il taccuino. Scrivo a mano, come facevano i giornalisti prima che la tecnologia prendesse il comando su di noi, come direbbeĀ Giulietto Chiesa.
Chiesa aveva dedicato gli ultimi ventāanni della sua vita a unāostinata denuncia: la globalizzazione non ĆØ un processo neutro di integrazione economica, ma un progetto di dominio. Un progetto in cui la tecnologia non ĆØ uno strumento al servizio dellāuomo, ma il mezzo attraverso cui pochi possono controllare molti. Non parlava per metafore. Parlava con la precisione del giornalista che aveva visto crollare lāUnione Sovietica dallāinterno, che aveva osservato da Mosca come lāOccidente avesse trattato la Russia post-sovietica come un territorio da colonizzare, e che aveva capito ā prima di quasi tutti ā che lo stesso meccanismo si sarebbe applicato, un giorno, al mondo intero. Quel giorno ĆØ arrivato.
La tecnologia nelle mani di pochi, sosteneva Chiesa, diventa uno strumento di manipolazione e di erosione della democrazia e dellāautonomia umana. Non era una posizione luddista: era lāanalisi lucida di un uomo che comprendeva il potere trasformativo della tecnologia e ne temeva lāappropriazione da parte di Ć©lite che non rispondono a nessun elettorato, a nessun parlamento, a nessuna legge. I “padroni universali”, come li chiamava ā quelle oligarchie transnazionali che controllano la scienza, la tecnologia, la comunicazione e le risorse del pianeta a detrimento della stragrande maggioranza dei suoi abitanti.
Oggi, seduta nella mia stanza dāalbergo moscovita con il taccuino aperto e il telefono spento, capisco che Chiesa aveva visto con ventāanni dāanticipo esattamente ciò che il Forum delle Tecnologie Future celebrava e temeva al tempo stesso. E capisco anche unāaltra cosa: che la donna sulla Tverskaya che mi ha preso per il braccio, lāingegnere di San Pietroburgo che mi ha chiesto con gli occhi lucidi perchĆ© lāItalia non li ama più, il tassista che ha abbassato il tassametro ā tutti loro sono la prova vivente che la “formattazione unica” dei popoli di cui parlava Chiesa non ĆØ ancora riuscita. Che sotto la superficie delle sanzioni, delle propagande, dei muri digitali e politici, gli esseri umani continuano a cercarsi, a riconoscersi, a trattarsi come fratelli. Ed ĆØ questo, forse, lāultimo baluardo contro il dominio totale che Chiesa denunciava.

Giulietto Chiesa Ā© Jacopo BonfiliĀ
PerchĆ© al Forum la tecnologia era ovunque, ma il controllo della tecnologia era il vero tema non detto. Quando Putin parlava di sovranitĆ biotecnologica, stava dicendo in linguaggio geopolitico ciò che Chiesa diceva in linguaggio critico: chi controlla la tecnologia controlla il destino dei popoli. La differenza ĆØ che Putin lo diceva per rivendicare il diritto della Russia a possedere le proprie catene tecnologiche; Chiesa lo diceva per denunciare il fatto che la maggioranza dellāumanitĆ non possiede nulla ā nĆ© i dati, nĆ© gli algoritmi, nĆ© le piattaforme, nĆ© i brevetti, nĆ© i semi geneticamente modificati che nutrono la terra.
Chiesa aveva intuito qualcosa di ancora più profondo: che la globalizzazione tecnologica non si limitava a concentrare il potere economico, ma stava erodendo la capacitĆ stessa dellāuomo di pensare, di giudicare, di decidere autonomamente. Un semplice cellulare, diceva, ha ridotto il nostro tempo, non lo ha aumentato. Ha abbassato la nostra capacitĆ di controllo. Ć una frase che suona banale finchĆ© non la si confronta con la realtĆ del 2026: unāumanitĆ che non riesce più a distinguere una notizia vera da una falsa, che delega allāintelligenza artificiale la redazione dei propri pensieri, che affida a un algoritmo la scelta di cosa leggere, cosa comprare, chi votare, chi amare.
Al Forum, Sber (precedentemente Sberbank) ha presentato la piattaforma “AI for Science”. LāIstituto AIRI ha mostrato il modello generativo DiMA, capace di progettare proteine con proprietĆ predefinite. Il MFTI (Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca) ha svelato un prototipo per registrare informazioni nel DNA. Sono innovazioni straordinarie, che potrebbero salvare milioni di vite. Ma sono anche innovazioni che, nelle mani sbagliate o di troppo pochi, possono trasformare lāumanitĆ da soggetto a oggetto della storia.
Chiesa lo sapeva. Nel 2001 aveva detto che non ci sarebbe stata questa globalizzazione senza una trasformazione radicale nel sistema della comunicazione mondiale. Per la prima volta, chi controllava il sistema di comunicazione poteva controllare ciò che lāumanitĆ intera pensava, sentiva, desiderava, temeva. E oggi quel sistema si ĆØ fuso con lāintelligenza artificiale, con la bioingegneria, con la genomica, creando un apparato di potere che Chiesa non avrebbe potuto immaginare nei dettagli, ma di cui aveva perfettamente compreso la traiettoria.
Il serpente che si morde la coda
CāĆØ un paradosso che ha attraversato il Forum come una corrente sotterranea, mai completamente portato alla superficie ma percepibile in ogni sessione: il ruolo dellāintelligenza artificiale nella bioeconomia ĆØ al tempo stesso la più grande promessa e il più grande rischio.
Il vicepremier Chernyshenko ha ricordato che un anno prima Putin aveva parlato dellāIA come forza rivoluzionaria per la chimica e i nuovi materiali; ora quella rivoluzione si estende alla bioeconomia. Ma ĆØ qui che il serpente inizia a mordersi la coda. In una societĆ in cui i valori tradizionali si erodono – corrosi dalla guerra, dalla disinformazione, dalla velocitĆ del cambiamento, dalla distanza crescente tra le generazioni – lāintelligenza artificiale avanza a colmare il vuoto. E più avanza, più il vuoto si allarga.
LāIA progetta proteine che lāuomo non sa più concepire con la sola intuizione. Accelera la scoperta di farmaci che richiederebbero decenni. Ottimizza i raccolti, prevede le epidemie, analizza il genoma. Ma ogni passo avanti dellāIA ĆØ un passo indietro dellāesperienza umana diretta – della conoscenza tattile, intuitiva, corporea che per millenni ha guidato la medicina, lāagricoltura, la chimica.
Il risultato ĆØ una spirale: più la societĆ perde i propri punti di riferimento – il senso della comunitĆ , il rapporto con la terra, la fiducia nelle istituzioni, la sacralitĆ della vita – più si affida allāIA per compensare ciò che ha perso. E più si affida allāIA, più quei valori si allontanano, sostituiti da algoritmi che ottimizzano ma non sentono, che calcolano ma non soffrono, che producono ma non creano senso.
Ć esattamente ciò che Chiesa denunciava. Lui parlava di una crisi profonda, la più profonda che lāumanitĆ avesse mai affrontato ā non una crisi economica o politica, ma una crisi ontologica: lāuomo stava perdendo la capacitĆ di essere umano. La globalizzazione mirava allāomogeneizzazione dei popoli, alla loro formattazione unica, che ne consentisse un totale controllo. E lāintelligenza artificiale ĆØ lo strumento definitivo di quella formattazione: non impone una cultura con la forza delle armi, ma dissolve tutte le culture nella liquiditĆ di un algoritmo che sa tutto di noi e di cui noi non sappiamo nulla.
Al Forum, questo paradosso si ĆØ manifestato in modo quasi plastico: nelle stesse sale in cui si celebrava la capacitĆ dellāIA di progettare organi umani e di decifrare il linguaggio della vita, si tenevano sessioni sulla necessitĆ di “popolarizzare” la scienza tra i giovani, di fare “propaganda” – la parola lāha usata Putin stesso – della bioeconomia. Come se il problema non fosse la mancanza di tecnologia, ma la mancanza di umanitĆ con cui la si accoglie.
SovranitĆ : quando la politica entra nel DNA
Putin ha usato la parola “sovranitĆ ” più volte: industriale, tecnologica, alimentare, biologica. Ć il concetto-chiave della Russia post-2022, il principio organizzatore di ogni politica pubblica. Ma non ĆØ un concetto esclusivamente russo. Ć la grande ossessione del XXI secolo, condivisa da Washington, Pechino, Bruxelles, New Delhi. Ogni potenza ha capito che chi non controlla la propria catena tecnologica ĆØ vulnerabile.
Ha chiesto che la Russia passi dallāimportazione sostitutiva alla produzione di soluzioni globalmente competitive. Ha insistito sulla necessitĆ di produrre in Russia strumenti, enzimi, biocatalizzatori. Ha proposto regimi giuridici sperimentali per le biotecnologie.
Ma cāĆØ un aspetto che il Forum ha sfiorato senza affrontare fino in fondo: lāinfrastruttura. Non si costruisce una bioeconomia digitale senza una rete di fibra ottica capillare, senza data center, senza connettivitĆ nelle regioni remote. La sovranitĆ tecnologica si conquista metro per metro, cavo per cavo, nella posa silenziosa della fibra nel sottosuolo. Se la rete svanisce per ragioni di sicurezza nella capitale, cosa accade nelle sterminate periferie della Russia, nelle cittĆ della Siberia, nei villaggi dellāEstremo Oriente dove Putin vuole installare le stazioni bio-eco-autonome?
Ć una lezione universale. LāEuropa investe miliardi nel Green Deal e nellāIA, ma il digital divide tra aree urbane e rurali resta abissale. Gli Stati Uniti dominano il software ma dipendono dalla Cina per i chip. La Cina costruisce fabbriche di semiconduttori ma importa la tecnologia litografica dallāOlanda. Nessuno ĆØ sovrano davvero.
Putin ha portato la sovranitĆ su un terreno ancora più profondo: la sovranitĆ biologica. La Russia possiede uno dei patrimoni di biodiversitĆ più vasti del pianeta. Nellāera della bioeconomia, questo patrimonio non ĆØ più solo natura: ĆØ materia prima strategica. Chi controlla le risorse genetiche controlla la capacitĆ di innovare.
Il Forum ha dedicato sessioni alla “biogeopolitica” – un termine che suona come una dichiarazione dāintenti. La bioeconomia non ĆØ neutra: ĆØ politica. Ć politica quando un Paese vieta lāesportazione di ceppi batterici. Ć politica quando un brevetto su una sequenza genetica determina chi può produrre un farmaco. Ć politica quando la capacitĆ di modificare un organismo vivente diventa unāarma nella competizione economica globale.
Chiesa avrebbe aggiunto: ed ĆØ politica soprattutto quando queste decisioni vengono prese in stanze chiuse, da Ć©lite che non rispondono a nessuno, in nome di una competitivitĆ che ĆØ il sinonimo educato del dominio. Quando il Brasile protegge lāAmazzonia, quando lāIndia difende le sue varietĆ di riso, quando lāAfrica chiede il riconoscimento della propria biodiversitĆ ā parlano tutti la stessa lingua. Ma chi li ascolta? E chi decide se quella lingua verrĆ tradotta in diritti o in brevetti altrui?Ā

Si può copiare la creazione?
Nel fermento dellāinnovazione, il Forum ha avuto la luciditĆ di aprire uno spazio alla riflessione etica. Le domande emerse non erano retoriche. Fino a dove può spingersi lāuomo nel replicare, modificare, reinventare i processi della vita senza varcare una soglia che non dovrebbe essere varcata?
Le sessioni sulla medicina rigenerativa, la genomica, le tecnologie cellulari, i farmaci anti-invecchiamento hanno portato alla luce interrogativi che la scienza da sola non può risolvere. Quando un organo viene coltivato in laboratorio, quando un peptide viene progettato da un algoritmo, quando il DNA diventa un supporto di archiviazione dati, lāuomo resta al centro del mondo, o diventa materia prima del proprio ingegno?
Putin ha affrontato il tema con nettezza insolita: ĆØ fondamentale stabilire fin dallāinizio confini etici chiari per lāapplicazione delle biotecnologie. Kovalchuk ha avvertito che il percorso verso la regolamentazione deve essere ponderato e graduale. Kirpichnikov (membro a pieno titolo dellāAccademia Russa delle Scienze, una delle figure accademiche di punta nel campo della biologia e della bioingegneria in Russia) ha invocato una nuova legge sulle tecnologie genetiche.
Ma la questione resta radicalmente aperta. Non perchĆ© manchino le leggi, ma perchĆ© la velocitĆ dellāinnovazione supera la capacitĆ dellāuomo di comprenderne le implicazioni. Le barriere allāinnovazione – i costi elevati, le restrizioni regolatorie, la carenza di dati sugli effetti a lungo termine – sono anche le barriere che proteggono lāumanitĆ da se stessa. Abbatterle troppo in fretta potrebbe significare aprire porte che non sappiamo più chiudere.
Lāombra di Teheran: il mondo che scivola
Scrivo queste righe il 26 febbraio, ultimo giorno del Forum. Il vicepremier Chernyshenko ha appena chiuso i lavori. Nelle sale si smontano i pannelli, si arrotolano i cavi. Due giorni di proteine sintetiche e reattori nucleari, di algoritmi che progettano la vita e mercati da conquistare, di miliardi di rubli e strategie al 2050.
Ma non riesco a scrollarmi di dosso una sensazione che mi accompagna dal 22 febbraio, da quando i droni hanno chiuso il cielo di Mosca e il mio volo è stato cancellato. à la sensazione che il mondo stia scivolando verso qualcosa di più grande, di più oscuro, di più irreversibile di quanto chiunque in questa sala sia disposto ad ammettere.
La tensione intorno allāIran ĆØ palpabile, anche se non se ne parla. I negoziati di Ginevra sul nucleare si sono conclusi senza accordo. Trump ha dato un ultimatum di dieci giorni. Il Golfo Persico ĆØ pieno di portaerei americane come non si vedeva dai tempi dellāinvasione dellāIraq. E io sono qui, a Mosca, in un Paese che discute del futuro della bioeconomia mentre il presente prepara unāaltra deflagrazione.
Fra due giorni – lo scoprirò solo dopo, come tutti – gli Stati Uniti e Israele lanceranno lāoperazione congiunta contro lāIran. āOperation Epic Furyā e āOperation Roaring Lionā. Assassineranno la Guida Suprema Khamenei. LāIran risponderĆ con missili balistici su Israele e sulle basi americane nel Golfo. Lo Stretto di Hormuz verrĆ chiuso. I mercati crolleranno. Il mondo precipiterĆ in una crisi che, mentre scrivo nella mia stanza dāalbergo moscovita, ĆØ ancora solo unāombra – ma unāombra che si allunga.
Giulietto ChiesaĀ aveva previsto anche questo. Non nei dettagli ā non il giorno, non il luogo, non i nomi. Ma la traiettoria. Aveva scritto che la globalizzazione americana era entrata nella sua fase finale: una guerra planetaria che non era lotta per il controllo delle risorse, ma per il dominio mondiale. Aveva avvertito che dopo lāAfghanistan sarebbe stata la volta dellāIraq, poi degli altri Stati definiti “canaglia”, poi dei nemici individuati in ogni parte del mondo. LāIran era nella lista. Ć sempre stato nella lista. Il suo primo libro, nel 1980, si intitolava “Obiettivo Teheran”.
Quarantasei anni dopo, Teheran ĆØ di nuovo un obiettivo. E Chiesa non cāĆØ più a raccontarlo, a denunciarlo, a gridare ciò che pochi hanno il coraggio di dire: che ogni guerra di questo secolo ĆØ una guerra per il controllo ā delle risorse, delle tecnologie, delle rotte, dei dati, dei genomi. Che la bioeconomia non ĆØ separata dalla geopolitica; ne ĆØ lāultima, più sofisticata frontiera. Che chi controlla le biotecnologie di domani controllerĆ non solo lāeconomia, ma la biologia stessa dellāumanitĆ .
E la domanda di Chiesa risuona più forte che mai: chi controllerĆ tutto questo? I popoli? I governi? Le corporation? Unāoligarchia tecnologica senza volto nĆ© patria?
Il ritorno: la fialetta di Powell e la menzogna infinita
Sono rientrata a Roma il 4 marzo. Il conflitto iraniano era esploso quattro giorni prima, ma io lāho vissuto da Mosca, e questo cambia tutto. Cambia la prospettiva. Cambia il suono delle parole. Cambia il senso della veritĆ .
Nei giorni tra la fine del Forum e la mia partenza, ho guardato i telegiornali russi nelle sale dāattesa degli aeroporti, nei bar, nella hall dellāalbergo. E ho sentito qualcosa che in Italia, lo sapevo giĆ , non avrei mai sentito: unāaltra versione della storia, che poneva le domande che lāOccidente si rifiuta di porre.
I conduttori moscoviti guardavano in camera e dicevano: “Ma ĆØ come la fialetta diĀ Colin Powell“. E avevano ragione. Quella fialetta agitata alle Nazioni Unite nel 2003, con dentro polvere bianca spacciata per armi biologiche irachene che non sono mai esistite, ĆØ diventata il simbolo eterno della menzogna istituzionalizzata al servizio della guerra. E ora, ventāanni dopo, lo schema si ripeteva. Gli Stati Uniti hanno attaccato lāIran. Ma lāIran non ha fatto nulla per essere attaccato. Non ha la bomba nucleare. Israele sƬ. Lo stesso Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato “obliterato” dai raid dellāestate precedente. LāAgenzia internazionale dellāenergia atomica ha smentito che Teheran fosse a giorni o settimane dal possedere lāarma atomica. Eppure le bombe cadono.
I russi non comprendono tanta fretta nellāinterventismo. Non capiscono perchĆ© una potenza che si proclama custode della libertĆ mondiale bombardi un Paese sovrano sulla base di prove che non esistono, o che si ĆØ lei stessa incaricata di distruggere pochi mesi prima. Non capiscono, soprattutto, perchĆ© il mondo resti in silenzio. Ć lo stesso silenzio che loro stessi hanno sperimentato, lo stesso schema che hanno visto applicare a sĆ© stessi: prima ti isolano, poi ti demonizzano, poi ti colpiscono. E chi osa dire che il re ĆØ nudo viene bollato come propagandista del nemico.

Colin Powell alle Nazioni UniteĀ
“Ma ĆØ lāIran che deve difendersi“, diceva un anziano signore seduto accanto a me nella sala dāattesa di Vnukovo, scuotendo la testa. “Non ĆØ lāIran che ha attaccato. Ć lāIran che viene attaccato. PerchĆ© nessuno dice questa cosa semplice?“. Gli ho risposto che in Italia, probabilmente, nessuno lāavrebbe detta. Mi ha guardato con unāespressione che non dimenticherò: non era rabbia, era tristezza. La tristezza di chi vede il mondo mentire e non può fare nulla per fermarlo.
Giulietto ChiesaĀ avrebbe riconosciuto quella tristezza. Lāaveva provata lui stesso, per decenni, denunciando le menzogne che preparano le guerre. Dalla fialetta di Powell alla manipolazione dellāinformazione in tempo di guerra, dalle operazioni di regime change mascherate da interventi umanitari alla costruzione mediatica del nemico. Chiesa sapeva che ogni guerra del XXI secolo ĆØ prima di tutto una guerra dellāinformazione – e che la tecnologia, nelle mani di chi controlla i media, ĆØ lāarma più potente mai creata. Non uccide i corpi: uccide la veritĆ . E senza veritĆ , i corpi cadono da soli.
Rientrata a Fiumicino, ho acceso la televisione italiana. Un altro pianeta. Le stesse immagini, unāaltra narrazione. A Mosca qualcuno poneva le domande. A Roma, le domande sono giĆ state cancellate dal copione.
La neve che cade e il cuore che resta
Quando lāultimo relatore ha lasciato il palco del Forum e le luci della sala plenaria si sono abbassate, fuori dal Centro del Commercio Internazionale la neve cadeva ancora. Più fitta, quasi ostinata, come se volesse dire qualcosa che le parole non avevano saputo esprimere.
In due giorni si ĆØ parlato di proteine sintetiche e reattori nucleari, di algoritmi che progettano la vita e di mercati da conquistare, di sovranitĆ tecnologica e sovranitĆ biologica, di miliardi di rubli e di strategie al 2050. Si ĆØ parlato di tutto ciò che lāuomo può fare, costruire, calcolare, brevettare.
Ma ciò che porto con me, rientrando in Italia mentre il Medio Oriente brucia e il mondo finge di non vedere, non sono solo i dati del Forum. Non sono le cifre degli investimenti nĆ© le sigle delle piattaforme biotecnologiche. Ciò che porto con me ĆØ il braccio di una donna sconosciuta sulla Tverskaya. Ć lo sguardo lucido dellāingegnere di San Pietroburgo. Ć la tristezza dignitosa dellāanziano di Vnukovo. Ć la gentilezza ostinata di un popolo che il mondo vuole isolare e che continua, nonostante tutto, a tendere la mano.
Il titolo del Forum – “Bioeconomia per lāuomo” – suggerisce una risposta: lāuomo ĆØ il fine, non il mezzo. Ma le parole possono essere gabbie dorate o bussole. In una sala piena di imprenditori che calcolano ritorni sugli investimenti, la parola “uomo” rischia di diventare una variabile dellāequazione anzichĆ© la ragione dellāequazione stessa.
Putin ha parlato per quasi unāora di tecnologie, investimenti, strategie. Ma la frase più vera del suo discorso ĆØ stata forse la più breve: “Gli scienziati non sono ancora arrivati a creare un cuore vivente, ma si stanno muovendo in quella direzione“.
Un cuore vivente. Ecco cosa cerca la Russia – e con lei il mondo intero. Non un cuore di silicio, non un cuore di dati, non un cuore ottimizzato da un algoritmo. Un cuore che batte per qualcosa che va oltre la sovranitĆ , oltre il mercato, oltre la competizione.
Giulietto ChiesaĀ non avrebbe smesso di avvertirci. Avrebbe detto che quel cuore vivente ĆØ in pericolo – non perchĆ© la tecnologia sia cattiva, ma perchĆ© ĆØ nelle mani di chi non ha cuore. Avrebbe detto che la velocitĆ con cui ci avviciniamo alla catastrofe ĆØ proporzionale alla velocitĆ con cui rinunciamo a pensare con la nostra testa. Avrebbe detto che informare, allarmare, inquietare ĆØ un punto fondamentale, perchĆ© cāĆØ ancora un mare di gente che ritiene che questa sarĆ una delle tante crisi dalla quale usciremo come in passato.
Ma questa crisi non ĆØ come le altre. Questa crisi ĆØ lāultima corsa di unāumanitĆ che ha consegnato le chiavi del proprio destino a macchine che non sanno cosāĆØ il destino, a mercati che non sanno cosāĆØ il valore, a potenze che non sanno cosāĆØ la pace. E la neve che cade su Mosca, su Teheran, su Gaza, su tutte le cittĆ del mondo, non sa se ĆØ un manto di protezione o un sudario.
Eppure. Eppure cāĆØ quella donna sulla Tverskaya. CāĆØ quel braccio che ti prende. CāĆØ quel sorriso che non chiede il passaporto. CāĆØ quella domanda – “perchĆ© non ci amate più?” – che ĆØ la domanda più politica e più umana che si possa porre. PerchĆ© in quella domanda cāĆØ tutto: lāassurditĆ delle sanzioni che puniscono i popoli e non i governi, la follia delle guerre che si combattono per procura, lāoscenitĆ di un mondo in cui la tecnologia può progettare un cuore artificiale ma non riesce a far battere quello vero tra due nazioni che si sono sempre amate.Ā
CosāĆØ che rende la vita degna di essere vissuta?
Non ĆØ la bioeconomia. Non ĆØ la sovranitĆ . Non ĆØ nemmeno il progresso. Ć qualcosa che ha a che fare con il modo in cui ci guardiamo negli occhi. Con la mano che stringe unāaltra mano. Con il silenzio condiviso davanti a un paesaggio di neve. Con la capacitĆ – tutta umana, irriducibilmente umana – di trovare senso anche nel dolore, di sperare anche nella perdita, di amare anche quando tutto sembra suggerire il contrario.Ā
La neve, intanto, continuava a cadere. E il mondo, tre giorni dopo, prendeva fuoco. Ma in una strada di Mosca, una donna sconosciuta aveva preso per il braccio una giornalista italiana smarrita, e per un istante – un istante solo, fragile e immenso – la pace era esistita.Ā
Nota dellāautrice
Questo reportage ĆØ stato redatto sulla base di 19 documenti ufficiali del IV Forum delle Tecnologie Future (Š¤ŠŠ¢-2026), della trascrizione integrale del discorso del Presidente Putin (kremlin.ru), delle cronache di Vedomosti, RBC, Kommersant e del portale del Governo russo, delle osservazioni dirette dellāinviata presente alla sessione plenaria del 25 febbraio 2026.Ā
*Direttrice Casa del Sole TVĀ
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