Todo Cambia. Lo scenario della geopolitica mediorientale si modifica con Israele e stati uniti che fanno di tutto per tenere il banco e spingere i giocatori a cambiare strategia di gioco. Resiste ancora la Siria di Assad mentre il crollo del prezzo del greggio ha messo lāArabia Saudita in serie difficoltĆ . Nello Yemen peggiora la crisi umanitaria.
Dopo aver patrocinato lāaccordo tra Emirati Arabi Uniti e Israele, Donald Trump ha incitato lā Arabia Saudita a percorrere la stessa strada verso la distensione e la pace con lo Stato ebraico. Il presidente ha sottolineato da par suo che la cosa converrebbe allā Arabia Saudita anche dal punto di vista economico. Lāauspicio degli Usa ĆØ destinato prima o poi a realizzarsi. Non perchĆ© la dirigenza saudita risulti molto illuminata o pacifista. Piuttosto perchĆ© lā Arabia Saudita ha necessitĆ di trovare solidi appoggi in una contingenza politica ed economica che da tempo la vede in grave difficoltĆ .
In occasione della prima Guerra del Golfo (1990-1991), la monarchia saudita si era schierata con decisione a fianco degli Usa e contro Saddam Hussein. Aveva accolto le truppe americane sul proprio territorio (cioĆØ, sulla terra dei luoghi più santi dellāislam, un affronto per il mondo arabo) con tanto favore da coprire di tasca propria il 50% delle spese di costruzione delle basi che dovevano ospitarle. Sotto lāombrello politico e militare americano, il re Salman aveva cominciato a sognare di fare del proprio Paese il perno della politica mediorientale. Sogno poi ripreso e rilanciato da suo figlio Mohammed bin Salman, principe ereditario e oggi vero padrone del regno.
Quelle ambizioni, però, si sono scontrate con la realtĆ e sono state sabotate da una capacitĆ molto ridotta di manovra politica. E lā Arabia Saudita ĆØ passata da una delusione allāaltra. A dispetto della presenza delle truppe Usa (di recente Trump ha inviato altri mille uomini) e delle enormi spese in armamenti (lā Arabia Saudita ĆØ sempre tra i primi quattro-cinque Paesi al mondo per acquisto di armi), la sicurezza del regno ĆØ tuttāaltro che assicurata. Tanto che, per fare un solo esempio, nel settembre del 2019 uno dei principali impianti petroliferi sauditi ĆØ stato attaccato e danneggiato da droni partiti dallo Yemen. E per restare in tema: la guerra nello Yemen, in cui lā Arabia Saudita si ĆØ lanciata nel 2015, produce solo stragi di civili e Riyadh, con tutta la sua potenza di fuoco, ĆØ ben lungi dal controllare la situazione.
In Siria i sauditi hanno finanziato quasi ogni forma di jihadismo nella speranza di rovesciare il presidente Bashar al-Assad, e hanno fallito. I rapporti con la Turchia sono compromessi dopo il rapimento e lāorrendo assassinio del giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul. Da decenni i rapporti con lāIran sono tesi al limite della rottura ed ĆØ comunque un grosso limite dei regnanti sauditi non aver saputo elaborare una strategia diversa dallo scontro, che danneggia lāIran ma tiene in allarme i sauditi.
In omaggio a questa strategia perdente, nel 2017 lāArabia Saudita si ĆØ fatta promotrice di un embargo contro il Qatar, giudicato troppo vicino o non abbastanza ostile allāIran, a cui hanno partecipato anche Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Lāobiettivo era mettere in ginocchio il vicino e favorire la cacciata dellāemiro Tamim al-Thani. Anche in questo caso, obiettivo fallito. Anzi, il Qatar ĆØ diventato un rivale insidioso su diversi fronti, non ultimo la Libia, dove sostiene con successo, accanto alla Turchia, il governo di Al-Sarraj contro le pretese del generale Haftar, appoggiato invece dallāArabia Saudita e dallāEgitto.
Se a tutto questo aggiungiamo le continue āpurgheā, anche ai danni di membri della famiglia reale, cui Mohammed bin-Salman ĆØ costretto per puntellare il proprio potere, e la crisi del bilancio statale generata dal crollo del prezzo del petrolio, possiamo concludere che le vecchie ambizioni egemoniche saudite sono ormai finite in soffitta. Anzi: il sostegno di partner potenti come gli Usa ĆØ ormai indispensabile e lāalleanza con i Paesi loro vicini, in questo caso Israele, una di quelle offerte che, come diceva don Vito Corleone nel film Il Padrino, non si possono rifiutare.
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