di Jeff Hoffman
L’estradizione del giornalista Julian Assange è sempre più vicina. Questo il titolo del quotidiano The Guardian che ha annunciato, venerdì scorso, il rigetto dell’appello presentato dai legali di Assange contro l’estradizione negli Stati Uniti.
“Domani, martedì 13 giugno, i nostri legali presenteranno un’altra richiesta di appello all’Alta Corte d’Inghilterra”, ha risposto la moglie del giornalista, Stella Morris, aggiungendo che “il caso passerà nelle mani di due nuovi giudici della Corte e prevarremo”. Meno ottimista John Shipton, padre del giornalista, che si è detto inorridito dalla sentenza.
La decisione, assunta unilateralmente dal giudice del tribunale monocratico, Jonathan Swift, è arrivata dopo nove mesi di attesa e si aggiunge alla richiesta di estradizione firmata un anno fa dall’ex Segretario di Stato britannico, Priti Patel.
Il quadro, oltre a mostrare la procurata morte del giornalismo e dello stato di diritto, mette in bella mostra la subalternità delle colonie europee che, più calpestano le leggi più recitano la commedia dei diritti e delle regole.
A rompere il silenzio dei non innocenti, ieri, ci ha pensato il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva che, dopo aver espresso la massima preoccupazione per Julian Assange e per la democrazia, ha lanciato un appello alla mobilitazione che, almeno apparentemente, tarda ad arrivare.
In questo mondo libero, infatti, il giornalismo non è il benvenuto.