di Margherita Furlan e Fabio Belli
“Ritengo che fornire all’Ucraina armi letali sia di fondamentale importanza. Credo ai dati dell’intelligence secondo cui Xi, Vladimir Putin e l’Iran sono davvero l’Asse del Male. Vladimir Putin, se gli verrà dato libero sfogo, marcerà ulteriormente in tutta Europa. Forse i Balcani o la Polonia, nostro alleato della NATO, saranno i prossimi in fila. Per dirla senza mezzi termini, preferirei inviare armi in Ucraina piuttosto che ai nostri ragazzi. Mi assumo la piena responsabilità perché dobbiamo fare la cosa giusta. E lasciamo che la storia ci giudichi…”, queste le parole dello speaker della Camera dei Rappresentanti statunitense, Mike Johnson, che ha proposto un piano da 95 miliardi di dollari, di cui: oltre 48 a Kiev, 14 a Israele, 2 miliardi e mezzo per operazioni nel Mar Rosso e altrettanti per il Comando Indo-Pacifico.
Gli ausili finanziari e militari a ciascun paese andranno approvati singolarmente; quindi il nuovo pacchetto non sarà votato per intero. Il presidente Joe Biden ha dato il proprio sostegno alla proposta dello speaker. Il repubblicano della Louisiana prevede tuttavia di aggiungere ulteriori disposizioni per venire incontro ai radicali trumpiani. Per esempio, consegnare una parte degli aiuti all’Ucraina sotto forma di prestito – ben sapendo che gli ucraini non saranno mai in grado di restituire la somma – e inserire misure contro la piattaforma cinese TikTok. Johnson ha poi promesso che presenterà un disegno di legge per imporre rigide restrizioni sull’immigrazione.
Per non farsi mancare niente il piano di assistenza militare prevede anche 3,3 miliardi da destinare all’industria dei sottomarini. Tuttavia, per quanto riguarda Israele e Ucraina, i pacchetti non si configurano come pioggia di denaro che attraversa l’Oceano Atlantico. Il 60% dei fondi, infatti, è destinato alle aziende di produzioni di armi statunitensi. Una peculiarità, questa, che non è certo sfuggita al Cremlino, il cui portavoce, Dmitry Peskov, ha affermato come Washington “non si dimentichi di se stesso, prima di tutto stanziando i fondi che rimangono nel complesso militare-industriale degli Stati Uniti”.
Nel frattempo, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno annunciato vaste sanzioni contro il programma militare per i droni dell’Iran. Washington ha individuato 16 persone fisiche e due entità che avrebbero contribuito alla messa a punto dei droni usati il 13 aprile scorso. L’amministrazione Biden sarebbe tuttavia preoccupata che un’invasione israeliana di Rafah, nel sud di Gaza, possa portare ad un grande numero di vittime civili: lo riferisce Axios, citando dirigenti Usa che hanno negato categoricamente le indiscrezioni secondo cui la Casa Bianca avrebbe dato il via libera a un’operazione a Rafah se Israele rinunciasse a colpire l’Iran. A New York, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite voterà oggi una risoluzione per la piena adesione di uno Stato palestinese all’Onu. Malta, che questo mese detiene la presidenza del Consiglio Onu, ha annunciato che il voto si terrà alle 23 ora italiana. Il voto era inizialmente previsto per domani. È atteso che gli Stati Uniti pongano il veto contro questa mossa, alla quale si oppone l’alleato Israele. I palestinesi al momento hanno all’Onu lo status di Stato osservatore non membro.
Da Teheran il capo del Corpo di protezione e sicurezza nucleare, generale Ahmad Haqtalab, ha avvertito che se Israele intraprenderà un’azione contro gli impianti nucleari iraniani, dovrà sicuramente affrontare ritorsioni “occhio per occhio”. In tal caso, secondo il generale, “gli impianti nucleari di Israele saranno attaccati con armi avanzate”. Il generale ha anche aggiunto che la mossa sarebbe una vera e propria riconsiderazione della dottrina e della politica nucleare, deviando potenzialmente dalle posizioni precedentemente sostenute.