di Gionata Chatillard
Con il Gibuti ormai in overbooking di basi militari straniere, la crisi del Mar Rosso ha fatto della Somalia un appetibile punto d’appoggio per gli eserciti di mezzo mondo. Grazie alla sua posizione strategica sul Golfo di Aden, il paese africano è infatti corteggiato dalle potenze interessate ad espandere la propria sfera di influenza nel Corno d’Africa. Com’è il caso della Turchia, che dopo aver aperto a Mogadiscio la sua più grande base militare all’estero, ha recentemente firmato un accordo per fornire addestramento e attrezzature belliche alle forze armate somale per i prossimi 10 anni.
Ufficialmente, l’intesa avrebbe lo scopo di aiutare il Governo locale a fronteggiare la pirateria e le milizie jihadiste di Al Shabab. Ma in realtà, per la Somalia si tratta anche e soprattutto di stringere alleanze in vista di un possibile conflitto con l’Etiopia, che di recente ha corteggiato i separatisti del Somaliland per ottenere uno sbocco sul mare in un territorio la cui sovranità è però rivendicata da Mogadiscio.
Quello che invece Ankara si porta a casa con il nuovo accordo è una presenza ancora più importante nel Corno d’Africa, dove la concorrenza geopolitica è ormai asfissiante. In Somalia, infatti, oltre ai militari turchi sono presenti anche quelli del Qatar, dell’Arabia Saudita e persino degli Emirati Arabi Uniti, sebbene Abu Dhabi intrattenga ottimi rapporti sia con l’Etiopia che con l’autoproclamato Somaliland. D’altronde, negli ultimi mesi gli accordi di sicurezza firmati da Mogadiscio si sono moltiplicati, e fra i protagonisti di questi patti non potevano certo mancare gli Stati Uniti, che proprio in questi giorni hanno annunciato la costruzione di altre 5 basi in Somalia. Il tutto a poche settimane dalla decisione delle Nazioni Unite di revocare il divieto di importare armi al Governo del paese africano.
L’Esecutivo somalo, per sua stessa ammissione, è in realtà tuttora impegnato nella costruzione di uno Stato che possa realmente definirsi tale. In questo senso, l’aiuto proveniente dall’estero, più che una scorciatoia verso la stabilità, potrebbe invece esserne il semplice miraggio. Diversi analisti avvertono infatti delle ovvie -ma non per questo meno pericolose- conseguenze che la crescente militarizzazione della Somalia ad opera delle potenze straniere potrebbe presto avere. Anche perché in realtà, i conflitti che tengono in ostaggio il paese sono spesso alimentati proprio dalle interferenze esterne, con il rischio che le rivalità geopolitiche internazionali finiscano per prevalere sui bisogni e sugli interessi della popolazione locale, facendo della Somalia e del Corno d’Africa un nuovo teatro di guerra globale simile a quello del Medio Oriente.