di Gionata Chatillard
Il progetto di riversare in mare l’acqua radioattiva di Fukushima, più volte annunciato dal Governo giapponese, ha incassato in questi giorni l’approvazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Tokyo, sostenuta dall’alleato statunitense, spera che il beneplacito di questo organismo possa servire in qualche modo a placare le proteste dei paesi vicini. Questi si sono infatti opposti praticamente all’unisono al piano delle autorità nipponiche, che ormai non sanno più dove mettere le scorie nucleari immagazzinate dopo l’incidente innescato dal terremoto del 2011.
A fare la voce più grossa ci ha pensato la Cina, che ha criticato pesantemente l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Questa ha infatti assicurato che, grazie a uno speciale sistema di filtraggio dell’acqua contaminata, i danni sull’ambiente saranno “trascurabili” e quindi perfettamente in linea con gli standard di sicurezza globali. Per Pechino, però, questa decisione dimostra “poco rispetto per la Scienza”, dal momento che l’operazione non avrebbe precedenti. Scaricare in mare le scorie radioattive, denuncia il Governo cinese, equivarrebbe a usare l’Oceano né più né meno che “come una fogna”.
Insieme a Pechino, negli ultimi mesi hanno protestato praticamente tutti i paesi della regione, come la Corea del Sud e la maggioranza delle isole del Pacifico, che temono che l’operazione non solo possa rivelarsi pericolosa per l’uomo e per l’ambiente, ma possa anche portare a nuove restrizioni al commercio internazionale dei prodotti ittici. Non a caso, fra chi protesta ci sono anche i pescatori giapponesi, preoccupati per le conseguenze di uno smaltimento che per essere completato potrebbe anche richiedere 30 anni.