di Jeff Hoffman
L’industria automobilistica europea si trova in una situazione molto grave, il contesto economico sta diventando più rigido e dovremo procedere alla chiusura di impianti e garanzie sociali per i lavoratori.
Questo, semplificando, è quanto espresso dall’amministratore delegato della Volkswagen, Oliver Blume che, mentre punta il dito verso i competitors cinesi pensa ad alta voce al fallimento della mobilità elettrica.
La società tedesca ha inoltre dichiarato che intende abbandonare l’impegno di non tagliare posti di lavoro in Germania fino al 2029.
Stando alla Reuters, la Volkswagen, le cui azioni hanno chiuso in rialzo dell’1,2% dopo la notizia, ha perso quasi un terzo del suo valore negli ultimi cinque anni, diventando la peggiore tra le principali case automobilistiche europee.
Fra i siti a rischio chiusura, tra le proteste dei sindacati, c’è l’impianto di Osnabrück, in Bassa Sassonia, e di Dresda, in Sassonia dove, guarda caso, gli elettori hanno appena lanciato un forte segnale di rottura con i partiti politici che si sono alternati negli anni al governo della land. Mentre il settimanale Stern chiede le dimissioni di Olaf Scholz la stampa di settore spiega che la nota casa automobilistica tedesca deve recuperare 10 miliardi di euro entro il 2026 rompendo anche il patto sindacale stipulato 30 anni fa dalla VW.
Ciò che emerge da uno studio della società di consulenza Deloitte e dall’Associazione federale dell’industria tedesca è che a novembre 2023 più del 60% delle aziende tedesche intervistate aveva già trasferito parte della propria catena di produzione all’estero. Nel complesso, nel 2023 il livello di investimenti provenienti dalla Germania nell’economia statunitense è infatti più che raddoppiato.
E la guerra continua.