Hormuz, il pedaggio dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
La guerra contro l’Iran non nasce dal nucleare: nasce dalla fine della crescita. Quando lo sviluppo infinito urta contro il pianeta finito, il sistema converte la stagnazione in economia di guerra, la scarsità in rendita di posizione e l’attesa della fine in modello di business.
Lunedì 13 luglio l’Opec ha certificato che la domanda mondiale di petrolio ha quasi smesso di crescere. Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che tratterrà il 20% del valore di ogni carico in transito dallo Stretto di Hormuz. Non è una coincidenza: è la stessa notizia, letta dai due lati del limite.
Il lunedì delle due notizie
Alla chiusura dei mercati di lunedì 13 luglio il Brent segnava 83,30 dollari al barile, in rialzo del 9,59%; il WTI si fermava a 78,14 dollari, con un guadagno del 9,42%. Per il riferimento internazionale si tratta del maggior incremento in dollari in una sola seduta dal 2 aprile e del più alto livello di chiusura dal 12 giugno[1]. In termini percentuali, bisogna risalire al maggio del 2020, al mondo capovolto della pandemia, per trovare una giornata simile[2].
Il detonatore è arrivato al mattino, per via social. Donald Trump ha annunciato su Truth Social il ripristino di quello che lui stesso chiama «THE IRANIAN BLOCKADE»: un blocco navale che da martedì copre l’intera costa iraniana, porti e terminali petroliferi compresi, e si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla bandiera[3]. Il Comando centrale americano ha precisato tempi e modalità: l’interdizione riprende alle 20 ora di Greenwich e segue una prima fase, tra il 13 aprile e il 18 giugno, durante la quale le forze statunitensi hanno dirottato oltre 140 navi, ne hanno rese inutilizzabili nove e hanno lasciato passare una cinquantina di carichi umanitari[4]. All’annuncio del blocco, Trump ha aggiunto nello stesso messaggio una seconda proclamazione: gli Stati Uniti si faranno «rimborsare» il 20% del valore di ogni carico in transito dallo stretto, e «il processo e la formazione cominciano immediatamente».
Fin qui la cronaca di un’escalation: la guerra iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e con l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la tregua di due settimane annunciata a marzo, i negoziati di alto livello condotti dal vicepresidente JD Vance a Islamabad, il cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato a fine aprile, il memorandum d’intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno dopo due mesi di trattative in stallo, e poi il collasso di luglio. Ma nella stessa giornata di lunedì è uscito un secondo documento, passato quasi inosservato nel frastuono: il rapporto mensile dell’Opec. Il cartello ha tagliato per la terza volta consecutiva la stima di crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2026, portandola a 780.000 barili al giorno, dai 970.000 della previsione precedente[5].
Due numeri sullo stesso tavolo, lo stesso giorno: il prezzo che esplode del 9,59% e la domanda che si affloscia per il terzo mese di fila. Il primo racconta la guerra; il secondo racconta perché la guerra è diventata necessaria. Il conflitto che sta incendiando il Golfo non nasce dal programma nucleare iraniano né dalla sola contesa sullo stretto. Nasce più a monte, dal punto in cui il modello della crescita infinita ha incontrato il suo limite fisico e ha deciso di non riconoscerlo.
Il limite negato
Giulietto Chiesa lo aveva scritto con la nettezza che gli era propria in Invece della catastrofe, nel 2013: la crisi che l’Occidente attraversa non è congiunturale ma sistemica perché una crescita illimitata dentro un pianeta finito è un’impossibilità fisica prima ancora che economica; e un sistema che ha nel proprio codice genetico l’espansione permanente, quando l’espansione finisce, non si ferma: cerca un altro modo di continuare[6].
Che quel limite fosse arrivato, i numeri lo dicevano prima che i missili partissero. Nell’edizione 2024 del World Energy Outlook, tutti e tre gli scenari dell’Agenzia internazionale dell’energia collocavano il picco della domanda petrolifera mondiale entro il 2030[7]. Non il picco dell’offerta, che ossessionava i teorici del passato: il picco della domanda. Il mondo non stava finendo il petrolio; stava finendo la voglia di consumarne di più. La motorizzazione elettrica cinese, la saturazione dei mercati maturi, l’efficienza: la curva si appiattiva da sola.
Poi nel novembre 2025 l’Agenzia ha reintrodotto nel proprio rapporto uno scenario, accantonato dal 2019, in cui la domanda continua a crescere fino al 2050, e lo ha promosso a riferimento di base: il picco è sparito dalla previsione principale[8]. L’Opec ha salutato la giravolta parlando di «ritorno alla realtà energetica»[9]. Diversi osservatori, tra cui il commentatore di Forbes David Blackmon, hanno letto nella revisione l’effetto delle pressioni dell’amministrazione americana e del suo segretario all’Energia[10]. Che la lettura sia fondata o meno, il fatto resta: il limite non è stato superato, è stato riclassificato. Cancellato dai modelli, non dal mondo.
Il mondo, infatti, ha continuato per la sua strada. Il taglio dell’Opec di lunedì è guidato proprio dai due mercati che dovevano garantire la crescita eterna: la Cina, la cui stima di consumo è stata ridotta di 110.000 barili al giorno, e l’India, limata di altri 60.000; il consumo mondiale complessivo si fermerebbe quest’anno a 105,94 milioni di barili al giorno[11]. L’Agenzia internazionale dell’energia si spinge oltre: per il 2026 vede la domanda mondiale non in rallentamento ma in contrazione, di un milione di barili al giorno[12]. Tra le due istituzioni corre ormai un divario che non è tecnico ma politico: il cartello dei produttori difende la narrazione della sete inesauribile, l’agenzia dei consumatori fotografa un mondo che beve meno. E lo stesso cartello, non a caso, ha alzato di 210.000 barili la propria previsione per il 2027, scommettendo su un rimbalzo postbellico[13]: come se la ripresa della crescita fosse ormai qualcosa che si attende dalla fine di una guerra, non dal funzionamento ordinario dell’economia. Gli analisti di settore lo ammettono con una formula che vale un trattato: il mercato è sempre meno preoccupato di trovare petrolio e sempre più di trovare clienti[14].
E qui sta il paradosso che nessun bollettino vuole nominare: nemmeno la guerra è riuscita a resuscitare la domanda. Il conflitto ha moltiplicato i prezzi, non i consumi. Ha arricchito chi vende, senza rimettere in moto chi compra. È il sintomo di un sistema che ha smesso di crescere e ha imparato a estrarre: e per estrarre, come vedremo, il caos è più funzionale dell’ordine.
Un’avvertenza di metodo, prima di procedere. Che la saturazione della domanda preceda la guerra è un fatto documentato dalle serie statistiche; che la guerra sia la risposta del sistema a quella saturazione è la tesi interpretativa di questo articolo, costruita sugli indizi che seguono. Il lettore sappia sempre dove finisce il primo e dove comincia la seconda.
La dottrina della non negoziabilità
C’è una frase che attraversa trent’anni di politica americana come un basso continuo. Alla vigilia del Vertice della Terra di Rio de Janeiro, nel 1992, mentre il mondo discuteva per la prima volta di limiti globali ai consumi, a George H. W. Bush venne attribuita una sentenza rimasta scolpita: «Lo stile di vita americano non è negoziabile»[15]. La frase non compare nei transcript ufficiali, e va maneggiata come attribuzione; ma la dottrina che esprime è documentata alla lettera. Il 7 maggio 2001, nella sala stampa della Casa Bianca, a un giornalista che chiedeva se il presidente ritenesse necessario correggere gli stili di vita americani di fronte al problema energetico, il portavoce di George W. Bush, Ari Fleischer, rispose testualmente: «Un no grande così. Il presidente ritiene che sia uno stile di vita americano, e che l’obiettivo dei decisori politici debba essere proteggere lo stile di vita americano. Lo stile di vita americano è benedetto»[16].
Benedetto: la scelta del participio non è innocente. Ma restiamo alla politica. Se la way of life è indisponibile alla trattativa, ogni suo presupposto materiale diventa questione di sicurezza nazionale: la benzina a buon mercato prima di tutto. Non a caso l’attuale inquilino della Casa Bianca ha trattato il prezzo alla pompa come il vero fronte interno della guerra. Da quando il conflitto è iniziato, il gallone è salito da poco meno di 3 dollari a 3,80, e Trump ha ripetuto che i costi torneranno normali appena si firmerà la pace, mentre l’opposizione democratica lo accusa di far pagare la guerra ai consumatori. Dopo l’impennata di lunedì, gli analisti prevedono il ritorno del carburante a 4 dollari al gallone entro una decina di giorni.
La sequenza istituzionale di luglio conferma quanto la guerra sia gestita come una variabile del prezzo interno. L’8 luglio, a margine del vertice NATO di Ankara, Trump dichiara che il memorandum con Teheran è «finito» e che proseguire i colloqui sarebbe «una perdita di tempo»; lo stesso giorno il Tesoro reimpone le sanzioni sul petrolio iraniano. Il 10 luglio, come impone la War Powers Resolution, il presidente notifica al Senato di aver avviato una nuova azione militare tre giorni prima. Il 13, con la benzina in risalita, annuncia il blocco e, insieme, il pedaggio che dovrebbe far pagare ad altri il costo della protezione. Guerra, pace e tregua vengono modulate come strumenti di politica dei prezzi: si bombarda quando il costo politico interno lo consente, si tratta quando la pompa di benzina lo esige.
Qui il cerchio comincia a chiudersi. Un sistema che ha giurato ai propri cittadini consumi non negoziabili e che scopre di non poter più mantenere la promessa attraverso la crescita, ha davanti tre strade: ammettere il limite e ripensarsi, come chiedeva Chiesa; scaricare il costo dell’aggiustamento su qualcun altro; trasformare la gestione stessa della scarsità in una fonte di potere e di reddito. Le ultime due strade convergono in un punto geografico preciso, largo una trentina di chilometri, tra la costa iraniana e quella dell’Oman. Ma prima di arrivarci bisogna attraversare un territorio meno materiale, senza il quale questa guerra resta incomprensibile: quello della fede.
I tre messianismi e il quarto che li finanzia
«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati», scriveva Carl Schmitt nel 1922[17]. Vale anche al contrario: quando lo Stato smette di saper promettere il futuro in termini economici, la teologia torna a occupare lo spazio lasciato libero. Attorno a questa guerra si intrecciano tre attese messianiche in senso proprio, più una quarta che le osserva, le studia e le capitalizza. Ciascuna va documentata con la disciplina che il tema impone: dichiarazioni pubbliche, testi, date. Niente suggestioni.
La prima è il sionismo cristiano evangelico americano, che legge la restaurazione di Israele come precondizione del ritorno di Cristo. Non è una corrente marginale: siede al vertice del Pentagono. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth porta tatuati sul corpo la croce di Gerusalemme e il motto Deus vult, il grido di battaglia della prima crociata; nel suo libro del 2020, American Crusade, ha scritto che chi gode della civiltà occidentale dovrebbe «ringraziare un crociato»[18], e ha invocato testualmente: «Noi cristiani, accanto ai nostri amici ebrei e al loro straordinario esercito in Israele, dobbiamo impugnare la spada di un americanismo senza scuse e difenderci»[19]. Da ministro, ha istituito funzioni religiose mensili al Pentagono e, in un briefing sulla guerra, ha commentato le operazioni contro Teheran citando il Salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia»[20]. Il pastore John Hagee, fondatore di Christians United for Israel, la principale organizzazione sionista cristiana del Paese, ha definito così il conflitto: «Profeticamente, siamo perfettamente in orario»[21]. Va detto con altrettanta chiarezza ciò che documentato non è: le voci circolate su comandanti americani che avrebbero presentato alle truppe la guerra come compimento delle profezie sull’Armageddon provengono da un’unica fonte e l’Associated Press non è riuscita a verificarle[22].
La seconda attesa è il messianismo ebraico nazionalreligioso, per il quale la pienezza della sovranità sulla terra biblica, Monte del Tempio incluso, prepara l’era messianica. Anche qui parlano le date e i verbali. Nell’ottobre 2025, il Sukkot, il ministro della Sicurezza nazionale israeliana Itamar Ben-Gvir è salito sulla Spianata per pregare, in violazione dello status quo che vige dal 1967, e ha dichiarato in un video girato sul posto: «Siamo noi i padroni del Monte del Tempio»[23]. Pochi mesi prima, sempre dalla Spianata, aveva chiesto l’occupazione dell’intera Striscia di Gaza, la sovranità israeliana e l’«emigrazione volontaria» dei palestinesi[24]. Non sono uscite estemporanee ma la liturgia politica di un movimento che considera la Terza Casa, il tempio da riedificare, un progetto operativo.
La terza è il mahdismo sciita: la dottrina dell’Imam nascosto, il dodicesimo della linea del Profeta, la cui parusia instaurerà la giustizia sulla terra, e alla cui luce una parte della cultura religiosa iraniana legge la resistenza come attesa attiva. Su questo terreno la prudenza documentale deve farsi massima: la Repubblica islamica è un sistema politico complesso, non un’apocalisse ambulante, e attribuirle un movente escatologico unitario sarebbe esattamente il tipo di scorciatoia che rifiutiamo. Ciò che si può dire, perché è cronaca, è che la guerra ha inferto alla struttura teologico-politica iraniana la ferita più profonda della sua storia: l’uccisione della Guida suprema nelle prime ore del conflitto, il funerale celebrato a Najaf, nel cuore sciita dell’Iraq, l’8 luglio, una successione ancora aperta. Quando si decapita un ordine fondato sulla rappresentanza terrena dell’Imam atteso, non si chiude una partita politica: se ne apre una escatologica.
E poi c’è la quarta attesa, che non prega e non digiuna: il tecno-messianismo della Silicon Valley. Tra il settembre e l’ottobre del 2025 Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir, l’azienda che fornisce l’infrastruttura algoritmica di puntamento agli apparati militari occidentali e israeliani, ha tenuto al Commonwealth Club di San Francisco un ciclo di quattro lezioni, rigorosamente a porte chiuse, dedicate all’Anticristo[25]. Nelle registrazioni esaminate dal Washington Post, Thiel arriva a definire i critici della tecnologia e dell’intelligenza artificiale «legionari dell’Anticristo»[26]. La sua tesi, esposta anche in un’intervista al New York Times, è che l’Anticristo conquisterebbe il mondo «parlando di Armageddon senza sosta», usando la paura della catastrofe per imporre un controllo globale[27]. Detto da chi costruisce le più potenti tecnologie di sorveglianza del pianeta, l’argomento ha una circolarità vertiginosa. Nel marzo 2026, a guerra in corso, Thiel ha portato le sue lezioni sull’Anticristo a Roma, a pochi passi dal Vaticano[28]. I tre messianismi religiosi forniscono alla guerra il combustibile del senso; il quarto fornisce il modello di business. Perché l’Apocalisse, per chi vende sorveglianza, armi e volatilità, non è la fine del mondo: è il piano industriale.
La guerra come rimessa in circolo
Torniamo all’economia, dunque, ma tenendo a mente Schmitt: anche il bilancio è teologia secolarizzata. Giovanni Arrighi ha mostrato come ogni ciclo egemonico del capitalismo storico, da Genova all’Olanda, dall’Impero britannico agli Stati Uniti, attraversi un autunno riconoscibile: quando l’espansione produttiva si esaurisce, il capitale migra verso la finanza e la forza, e l’egemone in declino monetizza ciò che gli resta, il controllo militare degli snodi del sistema[29]. È una descrizione che si attaglia alla presente stagione con precisione quasi imbarazzante.
I numeri del primo semestre di guerra compongono un bilancio consolidato dell’autunno americano. Poche settimane prima dell’attacco all’Iran, Trump aveva approvato un aumento della spesa per la difesa da 500 miliardi di dollari; il 19 marzo, davanti alla richiesta di altri 200 miliardi, il segretario Hegseth ha offerto ai giornalisti la giustificazione più sincera dell’intero conflitto: «Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi»[30]. Il mercato aveva capito prima di lui: il primo giorno di guerra Kratos Defense guadagnava oltre il 10% in preapertura, Lockheed Martin il 6,67%, RTX il 6,58%[31]. Le sei maggiori banche d’affari statunitensi hanno chiuso il primo trimestre 2026 con quasi 48 miliardi di dollari di profitti aggregati; JPMorgan, la prima del Paese, ha aumentato gli utili del 13%, a 16,5 miliardi, e la sua divisione di trading ha messo a segno ricavi record per 11,6 miliardi[32]. BP ha più che raddoppiato i profitti trimestrali, a 3,2 miliardi, e le grandi compagnie europee sono risultate le più avvantaggiate proprio grazie ai rami di compravendita che lucrano sulla volatilità[33]: più il mercato oscilla, più incassano, e nulla fa oscillare un mercato come una guerra in un collo di bottiglia.
La parabola dei prezzi racconta la stessa storia meglio di qualunque commento. Nei primi giorni di marzo il greggio ha sfondato quota 110 dollari al barile, spingendo gli investitori verso i grandi appaltatori della difesa come copertura contro il conflitto e l’inflazione[34]; a metà luglio, dopo tregue, memorandum e nuove escalation, il Brent è a 83. Per chi produce, l’oscillazione è un problema; per chi compra e rivende volatilità, ogni salita e ogni discesa è un margine. Il comparto energetico e quello della difesa figurano tra i migliori dell’anno a Wall Street proprio mentre l’economia reale rallenta su entrambe le sponde dell’Atlantico: un divorzio tra profitto e produzione che è la cifra dell’intera stagione.
Si osservi bene la natura di questi guadagni. L’Agenzia internazionale dell’energia ha definito quella in corso la più grande interruzione di offerta nella storia del mercato petrolifero[35]; eppure, come si è visto, la domanda mondiale continua a contrarsi. I profitti non vengono dalla produzione di nuova ricchezza: vengono dal prezzo della paura. È la logica che Naomi Klein ha battezzato capitalismo dei disastri, lo shock come occasione di accumulazione[36], portata però un gradino oltre: qui lo shock non è sfruttato, è amministrato. Il blocco si impone, si toglie, si reimpone; il premio di rischio si accende e si spegne come un interruttore. La guerra non è il fallimento del sistema: è la sua modalità di funzionamento a crescita zero. Il caos, letteralmente, è la materia prima.
Manca solo l’ultimo passaggio: trasformare la gestione del caos in un flusso di cassa permanente. È il salto compiuto lunedì.
Il casello di Hormuz
Per misurare l’enormità dell’annuncio del 13 luglio bisogna ricostruire la sequenza. Da Hormuz transitano in tempi ordinari circa 20 milioni di barili al giorno, un quinto del consumo mondiale di petrolio e oltre un quarto del suo commercio marittimo. Quando l’Iran, dopo i raid di febbraio, ha chiuso di fatto lo stretto e ha rivendicato il diritto di imporre pedaggi sul transito, Washington ha risposto con una dottrina limpida. Il segretario di Stato Marco Rubio, ancora a giugno: «Non c’è una nazione sulla Terra che sostenga di dover pagare per attraversare gli stretti». Il G7 riunito in Francia, Trump compreso, aveva messo nero su bianco che «il diritto di transito senza restrizioni né pedaggi è il fondamento del commercio internazionale». Il memorandum del 17 giugno impegnava l’Iran a garantire il passaggio sicuro «senza oneri per soli sessanta giorni», rinviando la questione delle «tariffe di servizio» al negoziato permanente: formula ambigua, che Teheran ha letto come riconoscimento del proprio diritto di coordinare il traffico, e la cui interpretazione divergente ha fatto da miccia alla ripresa delle ostilità, con il portavoce degli Esteri iraniano a invocare la quinta clausola dell’intesa contro le navi americane in transito non coordinato.
Poi, lunedì, il rovesciamento. Gli Stati Uniti, ha scritto Trump, saranno d’ora in avanti «il GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», e «per una questione di EQUITÀ» verranno «rimborsati, al tasso del 20% su tutto il carico trasportato, per ogni costo necessario a garantire la sicurezza di questa sezione molto volatile del Mondo». A Fox News lo ha spiegato senza infingimenti: «Lo abbiamo sorvegliato gratis per anni; ora lo sorveglieremo e verremo pagati per farlo. Un sacco di soldi». La reazione delle istituzioni internazionali è stata immediata e senza precedenti per durezza. Il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez: «Non esiste alcuna base giuridica per introdurre pedaggi obbligatori per il semplice transito in uno stretto». James Kraska, giurista del Naval War College, la scuola di diritto marittimo della stessa Marina statunitense, ha ricordato che il transito in Hormuz è un diritto di tutti e che i pedaggi violano il diritto internazionale. L’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth, interrogato mesi fa sull’ipotesi di pagare una tariffa agli iraniani, aveva risposto: «No, non pagheremmo», avvertendo che un pedaggio su Hormuz creerebbe un precedente destinato a propagarsi in tutto il mondo. Nel Regno Unito i liberaldemocratici hanno parlato di «estorsione economica» e di «rapina di Stato».
Sul piano fisico, intanto, lo stretto si è già sdoppiato. Teheran pretende che le navi utilizzino una rotta settentrionale, dentro le proprie acque territoriali; la marina americana scorta il traffico lungo un corridoio meridionale, a ridosso della costa dell’Oman. Due caselli concorrenti sulla stessa strada d’acqua, ciascuno con la propria tariffa, dichiarata o implicita. In mezzo, gli armatori: l’amministratore delegato di Nordic American Tankers, Herbjørn Hansson, ha definito irrealistica la pretesa del 20% e ha riassunto la posta con una frase che meriterebbe di essere scolpita all’ingresso di ogni cancelleria: «L’Iran soffre, l’America soffre, e soffrono i 192 Paesi fuori dallo stretto di Hormuz».
Il confronto quantitativo aggiunge il sarcasmo che la diplomazia non può permettersi. Guntram Wolff, dell’istituto Bruegel, aveva calcolato che un pedaggio iraniano di uno o due dollari al barile sarebbe passato quasi inosservato per l’economia mondiale[37]. La guerra è stata combattuta, ufficialmente, per impedire quel balzello. Si è conclusa, per ora, con un prelievo del 20% sul valore del carico: un ordine di grandezza superiore, imposto dalla potenza che del divieto di pedaggi aveva fatto bandiera. Tucidide aveva condensato la logica in una riga, nel dialogo dei Melii: i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono[38]. Quando un attore armato definisce lui stesso la minaccia, offre lui stesso la protezione e fissa lui stesso la tariffa, il nome tecnico non è sicurezza collettiva. È pizzo. Lo aveva capito un secolo fa il generale più decorato del Corpo dei marines, Smedley Butler, che dopo trent’anni di spedizioni scrisse: la guerra è un racket, lo è sempre stata[39]. La novità del 2026 è che il racket ha smesso di nascondersi: si presenta in maiuscolo, su un social network, e si autodefinisce guardiano.
Chi paga il conto del Guardiano
Ogni rendita ha i suoi contribuenti. Il primo è l’Europa. La Commissione ha tagliato la stima di crescita dell’Unione per il 2026 dall’1,4% all’1,1%, con l’eurozona allo 0,9% e ha rivisto l’inflazione al 3,1%, un punto sopra le attese, per effetto diretto del caro energia. Il gas al TTF di Amsterdam è balzato del 60%, a 50 euro al megawattora, su scorte ai minimi stagionali da anni; lo scenario avverso elaborato dal Centro comune di ricerca della stessa Commissione contempla un petrolio a 180 dollari al barile nel quarto trimestre e un gas a 80 euro[40]. Dentro questa vulnerabilità continentale c’è l’Italia, e c’è tutta l’amarezza della sua parabola: il Paese che con Enrico Mattei aveva rotto il cartello delle Sette Sorelle trattando direttamente con i produttori, e che con quella politica aveva costruito la propria autonomia energetica, oggi subisce il pedaggio del Guardiano come una qualsiasi voce passiva di bilancio, senza una politica mediterranea che meriti il nome. La fragilità era scritta nei serbatoi ancora prima che nei mercati: alla fine di febbraio l’Europa aveva in stoccaggio 46 miliardi di metri cubi di gas, contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024[41]; la crisi ha colpito un continente che si era presentato all’appuntamento con le riserve più basse degli ultimi anni. Il Fondo monetario internazionale certifica che il peso maggiore grava sui grandi importatori di Asia ed Europa, mentre i Paesi più poveri di Africa e Asia faticano ad accedere alle forniture perfino a prezzi gonfiati, stretti tra caro cibo e caro fertilizzanti[42].
Il secondo contribuente è l’Asia. L’84% del greggio che attraversa Hormuz è diretto ai mercati asiatici; Cina, India, Giappone e Corea del Sud ne assorbono insieme il 69%[43]. Il blocco americano, formalmente puntato contro Teheran, colpisce quindi anzitutto i clienti dell’Iran e del Golfo: i premi assicurativi per rischio guerra sono passati dallo 0,25% a una forchetta tra il 3% e il 10% del valore dello scafo[44], un’imposta occulta su ogni barile diretto a Oriente. La dipendenza non riguarda solo il greggio: la Corea del Sud, che importa da Hormuz un quinto del proprio gas naturale liquefatto, ha ammesso per bocca di un funzionario che le riserve nazionali di GNL basterebbero per circa nove giorni[45]. Per Pechino, che dallo stretto dipende per circa un terzo delle importazioni di greggio, la lezione strategica è definitiva: nessun corridoio marittimo controllabile dalla US Navy è più un’infrastruttura neutrale, e l’accelerazione sulle vie terrestri eurasiatiche non è più una scelta ma un obbligo[46]. Il terzo contribuente è l’Iran stesso, che il blocco ha già privato di quasi 6 miliardi di dollari di ricavi petroliferi, comprimendo l’export dai 2 milioni di barili al giorno d’anteguerra a poche centinaia di migliaia, mentre Trump minaccia apertamente di impadronirsi dell’isola di Kharg, il terminale da cui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio della Repubblica islamica[47].
C’è infine un contribuente collettivo e silenzioso: l’ordine multipolare in costruzione. Il rapporto Opec di lunedì registra, quasi di passaggio, che gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’organizzazione e l’alleanza Opec+ il 1° maggio[48], mentre la produzione del cartello resta di circa 6,5 milioni di barili sotto i livelli prebellici[49]. Il Golfo si frantuma, ciascuno cerca la propria scialuppa, e ogni frattura rafforza chi presidia lo stretto con le portaerei. Anche questo è un dividendo del caos: la guerra non deve nemmeno essere vinta, purché renda impossibile agli altri organizzarsi.
La merce scarsa
Ricomponiamo il quadro. Prima della guerra, la domanda mondiale di petrolio aveva smesso di crescere: il limite proposto da Giulietto Chiesa non era più una previsione, era una serie statistica. Ma il limite è inammissibile per un sistema che ha giurato ai propri cittadini uno stile di vita non negoziabile e benedetto, e per le teologie politiche, cristiano-sioniste, nazionalreligiose, tecno-apocalittiche, che di quel sistema custodiscono il senso. Ciò che non si può ammettere, si trascende: la stagnazione diventa mobilitazione, il declino diventa crociata, la scarsità diventa rendita di posizione. La guerra rimette in circolo non l’economia, che continua a contrarsi, ma il profitto: 48 miliardi alle banche in un trimestre, 700 miliardi al Pentagono, il 20% di ogni carico al casello di Hormuz.
Chiesa chiedeva di costruire un’alternativa invece della catastrofe. La risposta del sistema, tredici anni dopo, è stata scegliere la catastrofe e metterla a reddito: amministrarla a rate, con il blocco che si accende e si spegne, il premio di rischio come leva monetaria, l’Apocalisse come piano industriale e perfino come ciclo di conferenze, a porte chiuse, per un pubblico pagante. In un mondo dove la crescita è finita, il potere non produce più ricchezza: la esige. E ciò che esige, alla fine, è sempre la stessa cosa: la facoltà degli altri di decidere da sé. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce.
Fonti consultate
Documenti e rapporti istituzionali: Opec, Monthly Oil Market Report, luglio 2026; International Energy Agency, World Energy Outlook, edizioni 2024 e 2025; Commissione europea, Spring 2026 Economic Forecast e analisi di scenario del Joint Research Centre, maggio 2026; U.S. Energy Information Administration, Today in Energy, giugno 2025; Congressional Research Service, rapporto R45281, 2026; Fondo monetario internazionale, IMF Blog, marzo 2026; US Central Command, comunicati ufficiali, aprile-luglio 2026; Casa Bianca, briefing con la stampa del 7 maggio 2001 (archivio ufficiale).
Opere di riferimento: Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe, Piemme, 2013; D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens III, I limiti dello sviluppo, Mondadori, 1972; Carl Schmitt, Le categorie del ’politico’, il Mulino, 1972; Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 1996; Naomi Klein, Shock Economy, Rizzoli, 2007; Smedley D. Butler, War Is a Racket, Round Table Press, 1935; Pete Hegseth, American Crusade, Center Street, 2020; Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V.
Stampa e agenzie: Reuters, Associated Press, AFP, PA Media, CNBC, NBC News, ABC News, Al Jazeera, Argus Media, Euronews, Fortune, Forbes, Foreign Policy, The Washington Times, The Jerusalem Post, Brookings Institution, Bruegel, BBC (via Iran International), PBS NewsHour, febbraio-luglio 2026.
[1]«Oil up 9% to one-month high as US says it will blockade entire Iranian coastline, all vessels», Reuters, 13 luglio 2026, http://www.kitco.com/news/off-the-wire/2026-07-13/oil-9-one-month-high-us-says-it-will-blockade-entire-iranian-coastline
[2]Spencer Kimball, «Brent oil jumps more than 9%, biggest daily gain since 2020, after Trump reinstates Iran blockade», CNBC, 12 luglio 2026, https://www.cnbc.com/2026/07/12/oil-price-strait-hormuz-iran-trump-tanker.html
[3]«Oil up 9% to one-month high as US says it will blockade entire Iranian coastline, all vessels», Reuters, 13 luglio 2026, http://www.kitco.com/news/off-the-wire/2026-07-13/oil-9-one-month-high-us-says-it-will-blockade-entire-iranian-coastline
[4]US Central Command, comunicato sul social X, 13 luglio 2026; ripreso in «Oil Prices Surge Nearly 10%. US Forces To Resume Maritime Blockade Against Iran On Tuesday», Stocktwits News, 13 luglio 2026, https://www.tradingview.com/news/stocktwits:22a7d1ac8094b:0-oil-prices-surge-nearly-10-us-forces-to-resume-maritime-blockade-against-iran-on-tuesday/
[5]Olesya Astakhova, Alex Lawler, «OPEC further lowers 2026 global oil demand growth forecast», Reuters, 13 luglio 2026, https://www.zawya.com/en/business/commodities/opec-further-lowers-2026-global-oil-demand-growth-forecast-ox4akknq
[6]Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe. Perché costruire un’alternativa è ormai vitale, Piemme, 2013.
[7]«IEA’s WEO brings back no-peak oil scenario», Argus Media, 12 novembre 2025, https://www.argusmedia.com/en/news-and-insights/latest-market-news/2752842-iea-s-weo-brings-back-no-peak-oil-scenario
[8]«IEA’s WEO brings back no-peak oil scenario», Argus Media, 12 novembre 2025, https://www.argusmedia.com/en/news-and-insights/latest-market-news/2752842-iea-s-weo-brings-back-no-peak-oil-scenario
[9]«What now for peak oil? Unpacking the IEA’s shift on fossil fuel demand», CNBC, 13 novembre 2025, https://www.cnbc.com/2025/11/13/what-now-for-peak-oil-unpacking-the-ieas-shift-on-fossil-fuel-demand.html
[10]David Blackmon, «’Peak Oil’ Vanishes From IEA Base Forecast», Forbes, 12 novembre 2025, https://www.forbes.com/sites/davidblackmon/2025/11/12/peak-oil-vanishes-from-iea-base-forecast/
[11]«Opec downgrades 2026 oil demand forecast», Argus Media, 13 luglio 2026, https://www.argusmedia.com/en/news-and-insights/latest-market-news/2851347-opec-downgrades-2026-oil-demand-forecast
[12]«Opec downgrades 2026 oil demand forecast», Argus Media, 13 luglio 2026, https://www.argusmedia.com/en/news-and-insights/latest-market-news/2851347-opec-downgrades-2026-oil-demand-forecast
[13]Olesya Astakhova, Alex Lawler, «OPEC further lowers 2026 global oil demand growth forecast», Reuters, 13 luglio 2026, https://www.zawya.com/en/business/commodities/opec-further-lowers-2026-global-oil-demand-growth-forecast-ox4akknq
[14]«OPEC Cuts Demand Forecast Again as the Oil Market Starts Looking Past Hormuz», OilPrice.com, 13 luglio 2026, https://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/OPEC-Cuts-Demand-Forecast-Again-as-the-Oil-Market-Starts-Looking-Past-Hormuz.html
[15]La frase non risulta in un transcript ufficiale ed è quindi da considerarsi attribuita, benché ampiamente riportata e mai smentita; si veda ad esempio «U.S. To Abdicate Climate Lead Again», Living on Earth, gennaio 2025, https://www.loe.org/shows/segments.html?programID=25-P13-00002&segmentID=2
[16]Ari Fleischer, portavoce della Casa Bianca, briefing con la stampa, Washington, 7 maggio 2001, https://georgewbush-whitehouse.archives.gov/news/briefings/20010507.html
[17]Carl Schmitt, Teologia politica (1922), in Le categorie del ’politico’, il Mulino, 1972.
[18]Tiffany Stanley, «Pete Hegseth’s Christian rhetoric reignites scrutiny after the U.S. goes to war with Iran», Associated Press, ripreso da PBS NewsHour, marzo 2026, https://www.pbs.org/newshour/politics/pete-hegseths-christian-rhetoric-reignites-scrutiny-after-the-u-s-goes-to-war-with-iran
[19]Pete Hegseth, American Crusade. Our Fight to Stay Free, Center Street, 2020; il passo è citato in «Hegseth Promoting Christian Nationalism During Wartime, Experts Say», Foreign Policy, 8 aprile 2026, https://foreignpolicy.com/2026/04/08/pete-hegseth-christian-nationalism-iran-war-religious-rhetoric-pentagon-defense/
[20]Tiffany Stanley, «Pete Hegseth’s Christian rhetoric reignites scrutiny after the U.S. goes to war with Iran», Associated Press, ripreso da PBS NewsHour, marzo 2026, https://www.pbs.org/newshour/politics/pete-hegseths-christian-rhetoric-reignites-scrutiny-after-the-u-s-goes-to-war-with-iran
[21]Tiffany Stanley, «Pete Hegseth’s Christian rhetoric reignites scrutiny after the U.S. goes to war with Iran», Associated Press, ripreso da PBS NewsHour, marzo 2026, https://www.pbs.org/newshour/politics/pete-hegseths-christian-rhetoric-reignites-scrutiny-after-the-u-s-goes-to-war-with-iran
[22]Tiffany Stanley, «Pete Hegseth’s Christian rhetoric reignites scrutiny after the U.S. goes to war with Iran», Associated Press, ripreso da PBS NewsHour, marzo 2026, https://www.pbs.org/newshour/politics/pete-hegseths-christian-rhetoric-reignites-scrutiny-after-the-u-s-goes-to-war-with-iran
[23]«Ben-Gvir ascends Temple Mount on Sukkot to ’pray for victory in war, return of hostages’», The Jerusalem Post, ottobre 2025, https://www.yahoo.com/news/articles/ben-gvir-ascends-temple-mount-120716219.html
[24]«From Temple Mount, Ben-Gvir says ’entire Gaza Strip must be occupied’», The Jerusalem Post, agosto 2025, https://www.yahoo.com/news/articles/temple-mount-ben-gvir-says-104149012.html
[25]Dave Smith, «Peter Thiel is delivering 4 private sold-out lectures at a club in San Francisco, about the Antichrist», Fortune, 2 settembre 2025, https://fortune.com/2025/09/02/peter-thiel-antichrist-lectures-commonwealth-club-san-francisco-acts-17-collective-rene-girard
[26]«Hany Farid Verifies Billionaire Lectures Warning of ’The Antichrist’ and U.S. Destruction», UC Berkeley School of Information, ottobre 2025, sulla base delle registrazioni esaminate dal Washington Post, https://www.ischool.berkeley.edu/news/2025/hany-farid-verifies-billionaire-lectures-warning-antichrist-and-us-destruction
[27]Dave Smith, «Peter Thiel is delivering 4 private sold-out lectures at a club in San Francisco, about the Antichrist», Fortune, 2 settembre 2025, https://fortune.com/2025/09/02/peter-thiel-antichrist-lectures-commonwealth-club-san-francisco-acts-17-collective-rene-girard
[28]«Peter Thiel’s Antichrist theory comes to Rome», Fortune, 16 marzo 2026, https://dc.fortune.com/2026/03/16/peter-thiel-antichrist-theory-rome-lectures-vatican-response
[29]Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, 1996.
[30]«Who has profited most from the war on Iran?», Al Jazeera, 26 giugno 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/6/26/who-has-profited-most-from-the-war-on-iran
[31]Namrata Sen, «Kratos Defense Surges Over 10%: LMT, L3Harris Other Defense Stocks Climb In Pre-Market Amid US-Iran War», Finviz News, 2 marzo 2026, https://finviz.com/news/326568/kratos-defense-surges-over-10-lmt-l3harris-other-defense-stocks-climb-in-pre-market-amid-us-iran-war
[32]«Who has profited most from the war on Iran?», Al Jazeera, 26 giugno 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/6/26/who-has-profited-most-from-the-war-on-iran
[33]«Iran war delivers windfall profits to energy, banks and defense firms», BBC, ripreso da Iran International, 8 maggio 2026, https://www.iranintl.com/en/202605082602
[34]Erica Kollmann, «Iran Conflict Rocks Markets. But Supercharges US Defense Primes», Finviz News, 9 marzo 2026, https://finviz.com/news/334204/iran-conflict-rocks-markets-but-supercharges-us-defense-primes
[35]«From chokepoint to crisis: The Strait of Hormuz and global oil markets», Brookings Institution, giugno 2026, https://www.brookings.edu/articles/from-chokepoint-to-crisis-the-strait-of-hormuz-and-global-oil-markets/
[36]Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.
[37]Guntram B. Wolff (Bruegel), citato in «Energy shock isn’t over. Hormuz crisis will drag on and keep prices high, EU warns», EU Perspectives, 9 aprile 2026, https://euperspectives.eu/2026/04/hormuz-strait-disruption-energy-crisis-european-commission/
[38]Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V, 89 (dialogo dei Melii).
[39]Smedley D. Butler, War Is a Racket, Round Table Press, 1935.
[40]«How a prolonged Middle East crisis would impact energy prices and the EU economy», Commissione europea, Joint Research Centre, 27 maggio 2026, https://joint-research-centre.ec.europa.eu/jrc-news-and-updates/how-prolonged-middle-east-crisis-would-impact-energy-prices-and-eu-economy-2026-05-27_en
[41]«How will the Iran conflict hit European energy markets?», Bruegel, First Glance, marzo 2026, https://www.bruegel.org/first-glance/how-will-iran-conflict-hit-european-energy-markets
[42]«How the War in the Middle East Is Affecting Energy, Trade, and Finance», Fondo monetario internazionale, IMF Blog, 30 marzo 2026, https://www.imf.org/en/blogs/articles/2026/03/30/how-the-war-in-the-middle-east-is-affecting-energy-trade-and-finance
[43]«Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint», U.S. Energy Information Administration, Today in Energy, giugno 2025, https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65504
[44]«China’s Malacca Dilemma, After the Hormuz Blockade», Foreign Policy, 11 maggio 2026, https://foreignpolicy.com/2026/05/11/china-oil-economy-insurance-hormuz-strait-malacca-dilemma/
[45]«With Oil Flows Interrupted Through Hormuz, How China Keeps Its Economy Running», Alhurra, 3 maggio 2026, https://alhurra.com/en/15490
[46]«China’s Malacca Dilemma, After the Hormuz Blockade», Foreign Policy, 11 maggio 2026, https://foreignpolicy.com/2026/05/11/china-oil-economy-insurance-hormuz-strait-malacca-dilemma/
[47]Alexx Altman-Devilbiss, «Escalating US-Iran strikes cast doubt on interim deal to end war», The National News Desk, 9 luglio 2026, https://thenationaldesk.com/news/americas-news-now/escalating-us-iran-strikes-cast-doubt-on-interim-deal-to-end-war-ceasefire-tehran-middle-east-bahrain-kuwait-qatar-jordan-nuclear-weapons-strait-of-hormuz-oil-gas-prices-president-trump-centcom-military-strikes
[48]Olesya Astakhova, Alex Lawler, «OPEC further lowers 2026 global oil demand growth forecast», Reuters, 13 luglio 2026, https://www.zawya.com/en/business/commodities/opec-further-lowers-2026-global-oil-demand-growth-forecast-ox4akknq
[49]«Opec downgrades 2026 oil demand forecast», Argus Media, 13 luglio 2026, https://www.argusmedia.com/en/news-and-insights/latest-market-news/2851347-opec-downgrades-2026-oil-demand-forecast


