di Gionata Chatillard
Lloyd Austin no, Elon Musk sì. Mentre il Governo cinese sbatte la porta in faccia al segretario alla Difesa statunitense, rifiutandosi di organizzare un incontro bilaterale con il suo omologo Li Shangfu , Pechino accoglie invece a braccia aperte il capo di Tesla, che proprio ieri è stato ricevuto dal ministro degli Esteri Qin Gang. Scopo della visita di Musk è quello di valutare se alla sua azienda convenga continuare a scommettere sul gigante asiatico in un momento in cui l’Occidente punta a isolare la Repubblica Popolare dopo il lungo periodo di baldoria globalista su cui sta ormai calando il sipario.
Era da ben tre anni che il magnate di origine sudafricana non si recava in Cina. Anche perché il Governo di Xi Jinping sembra non fidarsi troppo della sua flotta di satelliti, che alcuni scienziati hanno anche proposto di distruggere. Ma oltre al mutato contesto geopolitico e alla guerra tecnologica fra Washington e Pechino, a preoccupare Musk è anche la feroce concorrenza delle auto elettriche prodotte dal paese asiatico, in aumento di oltre il 40% rispetto allo scorso anno. Problema non da poco per Tesla, il cui stabilimento di Shanghai rappresenta da solo più della metà della produzione globale dell’azienda.
Il ministro Qin ha voluto in questo senso rassicurare Musk, dicendosi “felice” di ricevere nuovi investimenti dall’estero. Il capo della diplomazia cinese ha inoltre affermato di opporsi, così come il suo ospite, al disaccoppiamento economico fra Pechino e l’Occidente. “La Cina continuerà a promuovere fermamente un alto livello di apertura al mondo esterno”, ha dichiarato Qin, che ha poi paragonato la gestione delle relazioni internazionali proprio alla guida di un’auto, affermando che questa dovrebbe sempre basarsi sul rispetto reciproco. “I conducenti”, ha detto il ministro, “dovrebbero accelerare in presenza di opportunità reciprocamente vantaggiose, ma saper anche frenare in tempo per evitare pericolose manovre di guida”. Un chiaro riferimento alle politiche statunitensi su Taiwan, diventate ormai un incubo da cui sia Pechino che Musk intendono svegliarsi al più presto, provando a oliare gli ormai arrugginiti ingranaggi della globalizzazione.