di Jeff Hoffman
Dopo l’attacco di gruppi armati che hanno prima liberato 4000 detenuti dalle carceri poi attaccato il porto, l’aeroporto, il palazzo presidenziale e la sede della polizia, la capitale haitiana Port-au-Prince è praticamente sotto assedio.
Prima di auto esiliarsi a porto Rico, sotto la protezione di Washington, il presidente e primo ministro ad interim Hariel Henry si è recato in Kenya per discutere della missione militare multinazionale da dispiegare nel paese contro le bande di criminali che, stando ai sequestri di armi degli ultimi mesi e anni, vengono armate dagli stessi Stati Uniti.
Intanto, a partire dalla notte di sabato 9 marzo le forze militari a stelle e strisce hanno rafforzato il cordone di sicurezza intorno all’Ambasciata statunitense evacuando il personale non essenziale. Stando al portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca il presidente Joe Biden avrebbe dato personalmente il via libera alla missione.
Gli attacchi sono effettivamente in corso da una settimana, poco dopo che il primo ministro Ariel Henry, mentre partecipava a una riunione dei leader dei Caraibi in Guyana ha annunciato di rimandare le elezioni a metà del 2025.
Il dato di fatto è che il presidente Ariel Henry ha concluso il suo mandato il 7 febbraio e, rimandando le prossime elezioni ad agosto 2025, ha innescato una rabbia popolare senza precedenti.
Il portavoce del Dipartimento di Stato di Washington, Matthew Miller, ha comunque affermato che il presidente Henry dovrebbe accelerare la transizione verso una governance più emancipata e inclusiva che, tradotto in lingua semplice significa con il totale controllo del governo statunitense.
Stando ai dati delle Nazioni Unite, ad Haiti 5,5 milioni di persone su una popolazione di 11,7 hanno bisogno di assistenza umanitaria in quanto è in corso un’epidemia di colera e mancano i servizi basici come scuole e ospedali.
Ciò che non tutti sanno è che il paese più povero dei Caraibi detiene una delle più ricche miniere d’oro e di rame della regione che, tuttavia, è in mano alla società statunitense con sede nel Delaware guidata da Tony Rodham, fratello più giovane di Hillary Clinton.
E la crisi umanitaria continua.