Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese
di Margherita Furlan
19 settembre 2026
Aramco compra gasolio nel Mediterraneo dopo gli attacchi alle sue raffinerie. In quella stessa finestra di mercato si forma il prezzo che paghiamo alla pompa. LāItalia ci arriva senza impianti e senza bandiera
La fila di Aramco
Da alcune settimane Saudi Aramco presenta offerte dāacquisto nella finestra di contrattazione gestita da Platts per carichi di gasolio nel Mediterraneo. Secondo gli intermediari che seguono quella piattaforma, la societĆ statale saudita cerca migliaia di tonnellate di prodotto raffinato; altri operatori riferiscono che sta sondando anche il mercato della benzina in Europa. Lāazienda ha rifiutato di commentare.1
Conviene soffermarsi su cosa significhi. Aramco estrae, raffina e vende: ĆØ strutturalmente venditrice di distillati, non compratrice. Nel luglio 2025 lāArabia Saudita aveva toccato il massimo storico delle esportazioni di gasolio, con una media mensile di 611mila barili al giorno, e Aramco si presentava come fornitore quasi solitario nelle finestre di valutazione del Nord Europa e del Mediterraneo, spesso a prezzi inferiori a quelli degli altri.2 Quattordici mesi dopo si mette in fila dallāaltra parte del banco.
Il motivo non ĆØ un capriccio commerciale, sono gli impianti. Gli Houthi hanno rivendicato lāattacco alla raffineria di Yanbu, sul Mar Rosso, e nel corso dellāestate hanno colpito ripetutamente il centro di trattamento di Jazan, più a sud. Poi, il 10 settembre, droni partiti dallāIraq hanno incendiato le stazioni di pompaggio dellāoleodotto Est-Ovest nelle aree di Riad e Medina: il ministero dellāEnergia saudita ha confermato lāattacco e la chiusura Ā«precauzionaleĀ» della conduttura, mentre le immagini satellitari mostravano il pennacchio di fumo sopra la linea e i danni estesi a una stazione vicino ad Al Mesbaāah.
Quella conduttura non ĆØ unāinfrastruttura qualunque. Con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente sbarrato dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran nel febbraio 2026, lāoleodotto Est-Ovest ĆØ diventato la via di fuga del petrolio saudita: milleduecento chilometri dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, con circa cinque milioni di barili al giorno dirottati su quella direttrice. Lo aveva detto lāamministratore delegato di Aramco, Amin Nasser: nel contenere la crisi di approvvigionamento il tubo aveva pesato più del rilascio delle riserve strategiche.3 Gli attacchi dellāaprile precedente avevano giĆ sottratto al regno circa 600mila barili al giorno di capacitĆ produttiva. Ad agosto lāestrazione saudita era scesa a 6,24 milioni di barili quotidiani, un livello che nessuno si aspettava di vedere dal principale produttore dellāOPEC.4
Nel frattempo si chiudeva anche lāaltra uscita. Gli Houthi hanno proclamato a luglio un blocco marittimo contro le navi saudite, hanno preso il porto yemenita di Mokha e si sono avvicinati alle isole Hanish, cioĆØ alla soglia di Bab el-Mandeb; il traffico attraverso quello stretto ĆØ calato di circa il sessanta per cento. Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dallāaltra, lāoleodotto in mezzo ĆØ fermo: il regno che ha costruito la propria centralitĆ mondiale sulla capacitĆ di consegnare greggio ovunque si ĆØ ritrovato con tre porte socchiuse e un ordine dāacquisto da firmare nel Mediterraneo.
Il resto ĆØ politica. Nei giorni dellāavanzata su Mokha il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere raid contro il movimento yemenita, secondo funzionari statunitensi citati dalla stampa americana.5 Riad, per ora, ha evitato la rappresaglia diretta contro lāIraq e Baghdad ha condannato lāattacco e apprezzato la scelta di non reagire.6 Il petroliere più potente del pianeta ha scoperto che la sua potenza dipendeva da cose fragili: una stazione di pompaggio, una colonna di distillazione, una rotta.
Il bersaglio non è più il pozzo
CāĆØ una regolaritĆ , in questi mesi, che i comunicati non dicono e le mappe sƬ. Nessuno bombarda i giacimenti. Si colpiscono le stazioni di pompaggio, le raffinerie, i terminali, i tubi. Il giacimento ĆØ profondo, disperso, difficile da distruggere e costoso da presidiare; lāimpianto che trasforma il greggio in qualcosa di utilizzabile ĆØ invece un oggetto concentrato, visibile dal satellite, vulnerabile a un drone che costa quanto unāutilitaria. La stessa grammatica si legge sul fronte opposto dellāEurasia, dove da due anni le raffinerie russe sono bersaglio sistematico dei droni ucraini, con fermate di impianti e contrazioni della produzione di carburante. Non ĆØ una coincidenza tecnica: ĆØ una dottrina che si ĆØ diffusa perchĆ© funziona.
Clausewitz aveva chiamato centro di gravitĆ il punto da cui dipende la coesione dellāintera forza avversaria, quello contro cui vanno concentrate tutte le energie.7 Per un secolo si ĆØ creduto che nel settore energetico quel centro fosse la risorsa: chi possiede il sottosuolo comanda. La stagione che stiamo attraversando dice il contrario. Il centro di gravitĆ ĆØ la catena di trasformazione e di trasporto e chi la colpisce ottiene con mezzi minuscoli effetti che nessun esercito convenzionale potrebbe produrre a quel costo. Un movimento armato yemenita, senza marina nĆ© aviazione, ha ridotto le esportazioni del primo produttore mondiale e ne ha fatto un compratore di gasolio sul mercato libero.
Ne discendono due conseguenze che riguardano direttamente lāEuropa. La prima ĆØ che il vantaggio difensivo ĆØ scomparso: proteggere una rete di impianti e di condutture costa incomparabilmente più che attaccarla e nessuna quantitĆ di navi in scorta può cambiare questa aritmetica. La seconda ĆØ che la sicurezza energetica ha smesso di essere un problema di contratti di fornitura per diventare un problema dāinfrastrutture fisiche. Si può avere il barile e non avere il litro. Si può avere il litro e non avere il modo di farlo arrivare. Chi ha smontato pezzi della propria capacitĆ di trasformazione pensando che il mercato avrebbe sempre provveduto ha fatto una scommessa sulla stabilitĆ permanente delle rotte altrui. Quella scommessa, nellāanno in cui il re del greggio si mette in fila per comprare carburante, si sta rivelando per quello che era.
Il prezzo non nasce alla pompa
Qui il ragionamento smette di essere mediorientale e diventa italiano perché il collegamento fra Yanbu e il distributore sotto casa non è una metafora, ma un meccanismo documentato e pubblico.
Il prezzo industriale dei carburanti in Italia, cioĆØ quel che resta una volta tolte accisa e imposta sul valore aggiunto, non segue il costo di produzione delle raffinerie nazionali. Segue la quotazione internazionale dei prodotti raffinati nel bacino mediterraneo, il cosiddetto Platts CIF Med, rilevato dallāagenzia che pubblica le valutazioni giornaliere sulla base delle contrattazioni fisiche. Lo scrive senza giri di parole lāassociazione delle aziende petrolifere italiane nella propria nota metodologica sui prezzi: la materia prima del prezzo alla pompa ĆØ la quotazione Platts, e il margine lordo ĆØ la differenza fra il prezzo di vendita al netto delle tasse e quel valore. Lo ripete la stessa associazione quando deve spiegare perchĆ© il greggio scende e i carburanti no: il riferimento non ĆØ il Brent, sono le valutazioni dei raffinati.8
Vale la pena fermarsi su cosa sia quella finestra. Non ĆØ una borsa regolamentata con unāautoritĆ di vigilanza pubblica: ĆØ un processo di valutazione gestito da una societĆ privata di informazione sui mercati, alimentato dalle offerte che gli operatori presentano in un intervallo di tempo definito. LāAutoritĆ garante della concorrenza e del mercato, in unāindagine del 2023 sui prezzi dei carburanti, ha osservato che i riferimenti internazionali dei prodotti petroliferi, Platts compreso, sono esposti a rischi di opacitĆ , e lo ha argomentato richiamando da un lato procedimenti per sospette manipolazioni conclusi in giurisdizioni extraeuropee, dallāaltro lāadozione di apposite linee guida da parte delle autoritĆ internazionali di regolamentazione.9 Ć unāistituzione italiana che dice, in punta di diritto, che il termometro del nostro prezzo alla pompa non ĆØ un oggetto neutro.
In quella finestra, da alcune settimane, compra Saudi Aramco.
Il risultato lo hanno letto tutti sui cartelloni. Il 16 settembre 2026 il gasolio in modalitĆ self service ha toccato il massimo storico italiano a 2,246 euro al litro, quasi due centesimi sopra il precedente primato del 17 marzo 2022, con 2,326 euro sulla rete autostradale e la quotazione allāingrosso oltre i milleduecento euro per mille litri; il giorno seguente il servito viaggiava a 2,376.10 Senza il taglio dellāaccisa il prezzo medio nazionale sarebbe stato di 2,416 euro.11
Nessuno impone a Roma cosa pagare. Semplicemente, il quadro dentro cui quel prezzo si forma ĆØ stato costruito da altri, si aggiorna ogni giorno in una finestra di mercato dove lo Stato italiano non siede, e il nostro margine di azione si ĆØ ridotto a decidere se restituire ai cittadini qualche centesimo di accisa. Non ĆØ dipendenza dal barile: ĆØ dipendenza dalla struttura.
Il mercato si era giĆ ristretto
CāĆØ un antefatto che rende il gesto di Aramco molto più pesante di quanto appaia e che riguarda lāEuropa da vicino: la riserva di gasolio del Mediterraneo si era assottigliata per decisione politica mesi prima che i droni arrivassero su Yanbu.
Fino al 2022 circa il quaranta per cento del gasolio importato dallāUnione europea veniva dalla Russia. Lāembargo ha chiuso quel canale ma non ha ridotto la domanda: lāha deviata. Si ĆØ aperta cosƬ la scappatoia della raffinazione, il cosiddetto refining loophole, per cui India, Turchia e in parte Cina compravano greggio russo a prezzi scontati proprio grazie alle sanzioni occidentali, lo lavoravano nei propri impianti e rivendevano allāEuropa prodotti formalmente non russi, perchĆ© la nazionalitĆ di un carburante, nel diritto commerciale, ĆØ quella del Paese in cui avviene la trasformazione, non quella del pozzo. Non era un traffico clandestino: era legale, pubblico e quantificato. Nel giugno 2025 lāEuropa ha ricevuto 124mila barili al giorno di gasolio dallāIndia e 94mila dalla Turchia, pari rispettivamente al sette e al cinque per cento delle importazioni totali; secondo le stime di Kpler, che includono anche il carburante per aerei, lāIndia, fino a pochi anni prima inesistente come esportatore verso il nostro continente, ha coperto nel 2024 il sedici per cento dellāimport europeo, in un anno in cui il greggio russo rappresentava il trentotto per cento degli acquisti indiani.12
Per tre anni, insomma, lāEuropa ha continuato a bruciare molecole di origine russa passate per Jamnagar o per İzmir, dichiarando di non comprare più dalla Russia. Poi, nel luglio 2025, il diciottesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso anche quella porta: dal 21 gennaio 2026 ĆØ vietato importare nellāUnione prodotti petroliferi ottenuti in Paesi terzi a partire da greggio di origine russa, con esenzione per alcuni partner e per i Paesi esportatori netti di greggio.13 La misura ha due caratteristiche che meritano di essere dette. La prima ĆØ che nessuna analisi di laboratorio può stabilire lāorigine di una molecola dopo la raffinazione, tanto più che si lavorano miscele di greggi diversi: lāapplicazione dipende quindi da autocertificazioni e da tracciamenti documentali, e giĆ al momento dellāannuncio gli operatori prevedevano un carosello di trasbordi destinato a confondere le carte. La seconda ĆØ che quel divieto ha ristretto lāofferta disponibile nel bacino mediterraneo in un momento in cui lāEuropa non aveva ricostruito un grammo della capacitĆ di raffinazione che aveva dismesso.
Ora si guardi la sequenza per intero, perchĆ© ĆØ la cosa più istruttiva di tutta questa vicenda. Il 21 gennaio 2026 lāUnione europea restringe per via normativa il proprio accesso al gasolio. A febbraio la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sbarra lo Stretto di Hormuz. Durante lāestate gli attacchi degli Houthi mettono fuori uso a intermittenza gli impianti sauditi sul Mar Rosso. Il 10 settembre saltano le stazioni di pompaggio dellāoleodotto Est-Ovest. E in quel bacino ristretto, dove lāEuropa deve comprare per forza, entra come acquirente anche il maggiore produttore mondiale. Nessuno di questi eventi, preso da solo, era imprevedibile; il loro sovrapporsi era un rischio di sistema che qualcuno avrebbe dovuto valutare prima di firmare i provvedimenti e prima di autorizzare le conversioni di impianti. Il differenziale fra il prezzo del gasolio e quello del greggio, che ĆØ la misura esatta della scarsitĆ di capacitĆ di raffinazione, aveva giĆ superato i ventisei dollari al barile nellāestate 2025, il massimo dal febbraio 2024. Era un segnale, ed era leggibile da chiunque.
Va detto con chiarezza quel che lāUnione ha deciso senza dotarsi degli strumenti per reggerne le conseguenze non lo pagano le cancellerie, bensƬ chi mette il gasolio nel furgone alle sei del mattino.
La deindustrializzazione ha un indirizzo
A questo punto la domanda giusta non ĆØ perchĆ© il gasolio costi tanto, ma perchĆ© lāItalia sia arrivata a questo appuntamento in queste condizioni. E la risposta ha una data dāinizio, una sequenza e dei documenti.
Fra il 2000 e il 2024 il Paese ha perso il 12,7 per cento della propria capacitĆ di raffinazione.14 Non ĆØ stata unāemorragia improvvisa: ĆØ stata una successione di decisioni aziendali, ciascuna ragionevole dal punto di vista di chi la prendeva, che sommate hanno prodotto un risultato che nessuno ha mai deliberato in Parlamento.
La raffineria di Cremona della Tamoil ha chiuso nel 2011 ed ĆØ stata convertita in deposito: lāamministratore delegato della societĆ lo raccontò ai deputati della Commissione AttivitĆ produttive, spiegando che un impianto nella pianura padana, senza sbocco al mare, non riusciva più a collocare lāeccesso di olio combustibile e di benzina.15 La Raffineria di Roma, a Pantano di Grano, comunicò nel giugno 2012 lāintenzione di trasformare, a decorrere dal 30 settembre di quellāanno, lo stabilimento di lavorazione e stoccaggio in mero deposito di oli minerali: la dismissione dellāattivitĆ di raffinazione ĆØ scritta negli atti autorizzativi.16 La IES di Mantova, comprata quattro anni prima dal gruppo ungherese MOL, annunciò nellāottobre 2013 la trasformazione graduale in deposito a partire dal gennaio successivo, con 350 esuberi su 390 dipendenti. Nel frattempo Eni fermava per sei mesi Porto Marghera e metteva in cassa integrazione a zero ore cinquecento persone a Gela.
Il Parlamento lo sapeva. Nel 2012 la Camera svolse una indagine conoscitiva specifica sulla crisi della raffinazione, con audizioni di aziende e sindacati, e il documento conclusivo registrava il rischio di chiusura di almeno quattro o cinque siti e la necessità di interventi a tutela del settore.17 Gli interventi non sono arrivati. à arrivata, invece, una narrazione più comoda.
PerchĆ© la seconda ondata ĆØ stata raccontata in tuttāaltro modo. Porto Marghera ĆØ diventata bioraffineria nel 2014, Gela nel 2019, Livorno ĆØ in conversione con completamento previsto fra la fine del 2026 e lāinizio del 2027. Ogni annuncio ĆØ stato presentato come transizione ecologica e sul piano delle emissioni ha una sua logica difendibile. Sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti, però, i numeri raccontano unāaltra storia, perchĆ© le scale non sono paragonabili: Livorno, che sta completando il passaggio alla bioraffinazione, trattava quattro milioni di tonnellate di greggio lāanno e nessun impianto a scarti e oli vegetali lavora volumi simili. Un litro di gasolio idrogenato da scarti alimentari non ĆØ un litro di gasolio fossile in meno da importare: ĆØ unāaltra filiera, con materie prime diverse, volumi diversi e limiti propri. La colonna di distillazione che smetti di far girare non torna.
Pasolini aveva coniato, per descrivere lāItalia che si trasformava sotto i suoi occhi, la formula dello Ā«sviluppo senza progressoĀ»: un Paese che si modernizza nelle forme e si impoverisce nella sostanza, perchĆ© il criterio della trasformazione non ĆØ il bene comune ma la convenienza di chi la guida.18 Non ĆØ unāanalogia forzata. La dismissione della raffinazione italiana ĆØ stata razionale per ogni singolo azionista e distruttiva per lāinteresse nazionale e nessuno, in ventāanni, si ĆØ preso la responsabilitĆ politica di dire che quelle due razionalitĆ non coincidevano.
Oggi restano poco più di dieci impianti attivi, di cui tre convertiti o in conversione alla bioraffinazione. Ć il patrimonio con cui lāItalia si presenta al mercato in cui, da alcune settimane, compra anche Saudi Aramco.
Il cambio di bandiera
Gli impianti sopravvissuti hanno cambiato proprietario, e la geografia di quei passaggi dice più di qualsiasi dichiarazione programmatica.
La ISAB di Priolo Gargallo, il complesso di raffinazione più grande del Paese, ĆØ passata in dieci anni dalla genovese Erg alla russa Lukoil, da questa al fondo cipriota G.O.I. Energy nel 2023, sotto la pressione delle sanzioni e con accordi decennali di fornitura e di ritiro affidati alla societĆ di intermediazione Trafigura, e infine, nella primavera del 2026, a un gruppo italiano. Ć la vicenda più istruttiva dellāintero dossier e merita un capitolo a sĆ©.
Sarroch, in Sardegna, ĆØ la seconda gamba del sistema: trecentomila barili al giorno, oltre un quinto dei carburanti italiani, in gran parte gasolio, cioĆØ esattamente il prodotto di cui lāEuropa non ĆØ autosufficiente. Era la Saras della famiglia Moratti; dal 2024 ĆØ di Vitol, il maggiore operatore mondiale indipendente nel commercio di petrolio. Augusta, centosettantamila barili al giorno, ĆØ della algerina Sonatrach, che lāha rilevata nel 2018 da Esso Italia. Milazzo ĆØ per metĆ kuwaitiana, joint venture paritaria fra Eni e Kuwait Petroleum. GiĆ nel febbraio 2024, facendo i conti con lāingresso di Vitol in Saras, Il Sole 24 Ore osservava che circa metĆ della capacitĆ di raffinazione italiana passava sotto controllo straniero.19
Poi ĆØ arrivato il passaggio più grande, e quasi nessuno se nāĆØ accorto. Nel settembre 2025 la famiglia Brachetti Peretti ha firmato lāaccordo vincolante per cedere il 99,82 per cento di Italiana Petroli, il gruppo Api, alla SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato dellāAzerbaigian. Nel pacchetto, valutato attorno ai tre miliardi di euro, ci sono la raffineria di Falconara Marittima, quella di Trecate e oltre quattromilacinquecento stazioni di servizio a marchio IP. Il perfezionamento ĆØ arrivato nella primavera del 2026, dopo le autorizzazioni in materia di concorrenza, sovvenzioni estere e poteri speciali dello Stato. Non ĆØ più solo la raffinazione: ĆØ la rete capillare attraverso cui gli italiani fanno il pieno.
Sia chiaro cosa si sta dicendo e cosa no. Non cāĆØ nulla di illegittimo in queste operazioni e nulla da eccepire sui compratori: un trader olandese, un fondo cipriota, una compagnia di Stato algerina e una azera hanno fatto quello che ĆØ nel loro mandato, cioĆØ comprare beni che rendono. Il punto ĆØ lāaltro lato del tavolo. Una raffineria per un operatore di mercato ĆØ un margine fra il costo del greggio e il valore dei prodotti e se quel margine si assottiglia la si spegne; per uno Stato ĆØ la differenza tra avere il petrolio e il carburante. Sono due criteri diversi e lāItalia ha lasciato che prevalesse il primo senza mai dichiarare di averlo scelto. La normativa sui poteri speciali ĆØ stata applicata come procedura di controllo su singole operazioni, non come strumento di una politica industriale: ha accompagnato i passaggi di proprietĆ , non li ha orientati.
Ć un mutamento reale dei rapporti di potere travestito da ordinaria amministrazione. La cessione dellāapparato di raffinazione italiano ne ĆØ un caso quasi scolastico. Nessun voto parlamentare ha mai stabilito che il Paese rinunciasse al controllo della propria capacitĆ di trasformazione. Ć accaduto in quindici anni, un atto societario alla volta, e ogni singolo atto era legittimo.
Priolo, quattro proprietari in dieci anni
Se si vuole capire che cosa accade a unāinfrastruttura strategica quando la si affida integralmente al mercato dei capitali conviene guardare da vicino Priolo Gargallo, provincia di Siracusa: le due raffinerie riunite sotto la sigla ISAB valgono circa un quinto della capacitĆ di raffinazione nazionale, coprono una quota consistente della domanda elettrica siciliana, occupano attorno a mille persone in via diretta e ne sostengono diverse migliaia nellāindotto. Non ĆØ uno stabilimento, ĆØ un pezzo dellāossatura del Paese.
La sequenza dei proprietari, in poco più di dieci anni, ĆØ questa: il gruppo genovese Erg esce dalla raffinazione, lāimpianto passa alla russa Lukoil attraverso la controllata Litasco e nel 2023, quando le sanzioni rendono impossibile sia importare greggio russo che ottenere credito bancario per comprarne altrove, viene ceduto al fondo cipriota G.O.I. Energy. La cessione, secondo il Financial Times, fu agevolata dal gruppo di intermediazione Trafigura e da un investitore privato, e fu approvata dal governo italiano con lāesercizio dei poteri speciali; i dettagli delle condizioni imposte non sono stati resi pubblici. Lo Stato, in altre parole, ha scelto e autorizzato il compratore, e lo ha fatto in forza di un decreto legge concepito proprio per proteggere lāimpianto durante lāuscita dei russi.
Lāassetto era questo: la proprietĆ al fondo, il capitale circolante a Trafigura, che avrebbe fornito il greggio e ritirato i prodotti raffinati per dieci anni. Poi ĆØ arrivato il conto. Nel gennaio 2025 la societĆ apre una procedura di composizione negoziata della crisi per gestire tensioni finanziarie; secondo il Financial Times lāazionista di controllo indiretto avrebbe cercato di usare quella procedura per rinegoziare o risolvere il contratto decennale con il trader, giudicato penalizzante per lāimpianto, e lāesistenza di quel vincolo avrebbe ostacolato le trattative con possibili acquirenti. Nellāautunno 2025 emerge in sede giudiziaria che il prezzo di acquisto non sarebbe stato integralmente saldato al venditore russo, con un debito indicato fra i 150 e i 190 milioni di euro, e il tribunale apre alla possibilitĆ di pignoramento delle quote. Nel febbraio 2026 la procedura di crisi si chiude con esito positivo; nella primavera il fondo firma la cessione a un gruppo italiano, con unāoperazione articolata in due fasi, la prima relativa al 51 per cento. Il via libera dellāAutoritĆ garante della concorrenza ĆØ arrivato; il vaglio dei poteri speciali, mentre scriviamo, ĆØ ancora davanti al governo, e i sindacati territoriali chiedono di essere coinvolti in quel passaggio.
Bilancio di dieci anni: quattro assetti proprietari, due procedure straordinarie, un contenzioso internazionale, perdite per centinaia di milioni nel 2023 e nel 2024 e un ritorno allāutile nel 2025 grazie a condizioni di mercato favorevoli. I lavoratori hanno attraversato lāintero percorso senza mai sapere chi fosse davvero il loro datore di lavoro lāanno successivo, e il sindacato, al primo tavolo con la nuova proprietĆ , ha dovuto porre come condizioni non negoziabili cose che in un Paese con una politica industriale sarebbero ovvie: salvaguardia dei livelli occupazionali, tutela dellāindotto, un cronoprogramma certo dāinvestimenti a partire dalla manutenzione di un impianto che tratta idrocarburi in un sito di interesse nazionale per le bonifiche.
David Harvey ha chiamato accumulazione per spoliazione quel meccanismo per cui il capitale, quando il profitto ordinario si comprime, torna a guadagnare non producendo di più ma appropriandosi di beni giĆ esistenti, spesso pubblici o socialmente costruiti, e rimettendoli in circolo come attivitĆ finanziarie. La vicenda di Priolo non ĆØ la sua illustrazione perfetta, e sarebbe scorretto presentarla come tale: qui il rischio industriale cāĆØ stato davvero e le perdite pure. Ma il nucleo del ragionamento tiene. Un impianto che vale un quinto della capacitĆ nazionale ĆØ stato trattato per un decennio come una partecipazione da acquistare, da rifinanziare e da rivendere, mentre la sua funzione, per il Paese, era unāaltra: garantire che ci fosse carburante. Quando il criterio finanziario e quello della sicurezza divergono, non ĆØ il primo a cedere.
Il ritorno dellāimpianto sotto controllo italiano ĆØ una buona notizia e va detto. Ma ĆØ avvenuto per iniziativa di un gruppo privato al termine di una crisi, non per effetto di una strategia nazionale ed ĆØ ancora una volta lo Stato a doversi limitare a dire sƬ o no a unāoperazione decisa da altri. Il golden power ĆØ solo un semaforo: regola il traffico, non decide dove si va.
Il fornitore diventa concorrente
LāItalia ĆØ un Paese che produce gasolio. Secondo i dati del ministero dellāAmbiente e della Sicurezza energetica relativi al 2025, il fabbisogno nazionale di gasolio si aggira sui 23,3 milioni di tonnellate e la produzione delle raffinerie italiane sfiora i 25 milioni: siamo esportatori netti, con circa 7,9 milioni di tonnellate vendute allāestero contro 5,2 importate. Chi racconta un Paese incapace di raffinare dice una cosa falsa.
E allora perchĆ© il prezzo alla pompa tocca il massimo storico proprio mentre a migliaia di chilometri saltano le stazioni di pompaggio saudite? PerchĆ© lāesposizione italiana non ĆØ fisica, ĆØ di posizione. Due numeri lo spiegano meglio di un saggio. Il 60 per cento del gasolio che importiamo proviene dallāarea del Golfo, e il 47 per cento arriva dalla sola Arabia Saudita. Il nostro primo fornitore di gasolio ĆØ esattamente il soggetto che da alcune settimane presenta offerte dāacquisto nella finestra mediterranea dove si forma il nostro prezzo industriale. Non ha smesso di venderci: ha cominciato a comprare dove compriamo noi. Il fornitore ĆØ diventato concorrente, e ci ĆØ arrivato nel giro di un trimestre, senza che nessuno decidesse nulla.
Immanuel Wallerstein descriveva lāeconomia mondiale come un sistema unico articolato in centro, periferia e semiperiferia, dove la posizione di ciascuno non dipende dalla ricchezza assoluta ma dal punto che occupa nella divisione del lavoro e nella catena del valore.20 LāItalia energetica sta esattamente lƬ, nel mezzo: trasforma molto, decide poco, non controlla nĆ© la risorsa a monte nĆ© le regole di formazione del prezzo a valle. Ć una posizione che funziona benissimo quando il sistema ĆØ stabile e diventa una trappola nel momento in cui qualcuno, in Yemen o in Iraq, scopre che una stazione di pompaggio si buca con un drone.
Lāaccisa come anestetico
Lo Stato italiano f lāunica cosa che gli ĆØ rimasta da fare, e la fa in entrambe le direzioni nello stesso anno.
Il primo movimento ĆØ strutturale. Il decreto legislativo 43 del 2025 avvia il riavvicinamento graduale fra lāaccisa sulla benzina e quella sul gasolio, e il decreto ministeriale del 14 maggio 2025 lo mette in pratica: un centesimo e mezzo in meno al litro sulla benzina, un centesimo e mezzo in più sul gasolio.21 Poi la legge di bilancio per il 2026 accelera bruscamente: dal primo gennaio le due aliquote sono parificate a 672,90 euro per mille litri, il che significa 4,05 centesimi in meno sulla benzina e 4,05 in più sul gasolio, senza gradualitĆ , con la motivazione esplicita di superare un sussidio ambientalmente dannoso censito nel catalogo del ministero dellāAmbiente.22 La logica ambientale ĆØ comprensibile. Lāeffetto sociale, in un Paese dove il gasolio muove lāautotrasporto, lāagricoltura e la quota maggioritaria del parco veicoli, ĆØ una tassa che colpisce chi lavora. E cāĆØ un precedente che nessuno ha chiarito: dopo il riequilibrio del maggio 2025 il rincaro sul gasolio si ĆØ trasferito ai prezzi quasi integralmente, mentre lo sconto sulla benzina, almeno sulla rete autostradale, si ĆØ visto in misura ridicola, tanto che unāassociazione di consumatori ha depositato un esposto allāAntitrust.23 La partita di giro, sulla carta a somma zero, ĆØ diventata un aumento netto per il cittadino.
Il secondo movimento ĆØ dāemergenza, e va nella direzione opposta. Da quando il prezzo internazionale del gasolio ha cominciato a correre, il governo taglia la stessa accisa che ha appena aumentato: lāaliquota viene ridotta in via temporanea a 532,90 euro per mille litri, cioĆØ quattordici centesimi al litro, più tre centesimi di minore imposta sul valore aggiunto, per uno sconto complessivo di diciassette centesimi.24 E lo fa per periodi brevissimi, rinnovati di decreto in decreto: dal 28 luglio al 6 agosto, dal 27 agosto al 5 settembre, poi fino al 10, poi fino al 17 con una copertura di circa 85 milioni di euro, poi con uno sconto dimezzato e infine ridotto a poco più di sei centesimi. Sedici proroghe, circa due miliardi di euro in sette mesi, e un prezzo che nel frattempo ha toccato comunque il massimo storico.
Messi in fila, i due movimenti raccontano meglio di qualunque analisi lo stato della politica energetica italiana. A gennaio lo Stato alza lāaccisa sul gasolio di quattro centesimi per ragioni ambientali; da luglio la taglia di quattordici per ragioni sociali; a settembre torna a ridurre lo sconto perchĆ© non ci sono più coperture. Ć lāunica leva rimasta a un Paese che ha perso il controllo di tutto il resto della catena, e viene azionata avanti e indietro come il volante di unāautomobile che ha i freni altrove. Ogni proroga dura una settimana o dieci giorni, esattamente la durata dellāattenzione mediatica che la accompagna.
Due miliardi sono una cifra seria. Sono circa quanto il Paese avrebbe speso per costituire una riserva strategica di prodotti finiti di dimensioni significative, o per finanziare la quota pubblica di un piano di ammodernamento della capacità di raffinazione residua. Sono stati spesi, invece, per ridurre di qualche centesimo e per qualche giorno un prezzo che si forma in una finestra di contrattazione privata nel Mediterraneo, dove nel frattempo è entrata a comprare Saudi Aramco. Un Paese senza controllo sulla catena può soltanto anestetizzare il dolore, mai curarlo.
Riprendersi la catena: i tre anelli
Mattei non aveva pozzi. Aveva capito che il potere non stava nel giacimento ma nella catena che porta il greggio dal sottosuolo al serbatoio e che quella catena si poteva costruire anche partendo da un Paese sconfitto e privo di risorse. A Tunisi, il 10 giugno 1960, nel giorno in cui firmava con il governo tunisino lāintesa per costruire una raffineria, spiegò che quelle intese nulla avevano a che vedere con Ā«il modello obsoleto del capitalismo coloniale del XIX secoloĀ», perchĆ© prevedevano compartecipazione finanziaria e cogestione fra Paesi produttori e Paesi consumatori, in condizioni di eguaglianza.25 Negli appunti preparati per quel viaggio, rimasti inutilizzati e conservati nellāarchivio storico dellāEni, la formulazione era ancora più tagliente: la condizione coloniale, annotava, esiste quando il gioco della domanda e dellāofferta di una materia prima vitale ĆØ Ā«alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolioĀ», e nel settore petrolifero quella potenza aveva un nome, il cartello.26 Sessantasei anni dopo, lāincontro fra domanda e offerta del nostro gasolio si decide in una finestra di contrattazione privata che lāAutoritĆ garante della concorrenza definisce esposta a rischi di opacitĆ . La definizione di Mattei non ĆØ invecchiata: si ĆØ solo spostata di soggetto.
Che cosa vuol dire, in concreto, riprendersi la catena nel 2026? Tre anelli, e per ciascuno una cosa che si può firmare.
La raffinazione. Dichiarare gli impianti infrastrutture strategiche a tutti gli effetti, sottoporne ogni passaggio di proprietĆ e ogni riconversione a un vaglio che non sia solo di legittimitĆ ma di merito, e vincolare le conversioni a bioraffineria a un piano nazionale che stabilisca prima quanta capacitĆ fossile il Paese deve conservare e per quanti anni. Non si tratta di fermare la transizione: il punto ĆØ smettere di affidarne il calendario ai margini industriali di operatori privati esteri. Sul fronte delle scorte lāarchitettura esiste giĆ e va usata: il decreto legislativo 249 del 2012, che recepisce la direttiva europea sullāobbligo di mantenere una riserva minima, ha istituito lāOrganismo centrale di stoccaggio italiano, le cui funzioni sono affidate ad Acquirente Unico sotto vigilanza ministeriale, e ha stabilito che le scorte specifiche siano di proprietĆ pubblica e conservate sul territorio nazionale.27 Il punto ĆØ la composizione: in una crisi come quella di questo settembre a mancare non ĆØ il barile, ĆØ il litro raffinato. Servono scorte di prodotti finiti, in quantitĆ dichiarate e verificabili.
La logistica. Abbiamo i rigassificatori, il terminale di Trieste con lāoleodotto transalpino che rifornisce anche Austria, Germania e Repubblica Ceca, il gasdotto adriatico che porta in Puglia il gas del Caspio, le condutture dallāAlgeria e dalla Libia. Quello che manca non ĆØ lāinfrastruttura, ĆØ la regia: un soggetto pubblico che tratti direttamente con i produttori, come faceva lāEni delle origini, invece di comprare da intermediari che lucrano sulla differenza. Il Piano Mattei del governo ha preso il nome; il metodo era un altro, e consisteva in contratti diretti, condizioni migliori per il Paese produttore e controllo italiano dellāinfrastruttura di trasporto.
La rotta. Il 17 settembre, al forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa ha annunciato di avere deciso con il capo di Stato maggiore di attivare la Marina per garantire il transito delle navi di interesse nazionale attraverso Bab el-Mandeb, aggiungendo di non voler aspettare che sia la missione europea Aspides a stabilire se le navi possano passare. LāItalia ĆØ il primo contributore navale di quella missione, e questo rende la frase più interessante di quanto sembri: non ĆØ un atto di forza verso lo Yemen, ĆØ la constatazione che la cornice europea non decide. Una scorta, però, ĆØ una toppa. Una rotta si tiene aperta prima di tutto con la diplomazia: con lāEgitto, che vive di Suez ed ĆØ il primo interessato alla riapertura del traffico, con i Paesi rivieraschi del Mar Rosso e del Golfo, e con chi controlla militarmente la costa yemenita, perchĆ© la storia dei passaggi obbligati insegna che si negoziano prima di essere scortati. Ć la lezione mediterranea di Moro, che cercò nel dialogo con il mondo arabo una posizione autonoma per lāItalia, e di Craxi, che a Sigonella dimostrò che rivendicare la giurisdizione nazionale di fronte allāalleato non significa uscire dallāalleanza.
Chi esegue e chi decide
I fatti di questi giorni, non le opinioni, dicono dove siamo. Dal 31 luglio 2026 lāItalia guida la missione di sorveglianza aerea della NATO nei cieli baltici, con quattro Eurofighter e un centinaio di uomini a Å iauliai: primo decollo su allarme il 3 agosto, drone non identificato abbattuto il 15 settembre dopo essere entrato dalla Bielorussia. Il 17 settembre la Marina viene attivata per Bab el-Mandeb. Sul fronte finanziario, il Paese ha chiesto accesso ai prestiti europei del programma per lāindustria della difesa, con una dotazione indicativa di 14,9 miliardi notificata dalla Commissione, da restituire in quarantacinque anni. Alla pompa, il gasolio sta a 2,25 euro al litro.
Ć un profilo riconoscibile: un Paese che presidia i cieli di altri, scorta le proprie navi in un mare che non controlla, sāindebita per armamenti decisi altrove e resta fuori dai tavoli dove si tratta di ciò che paga. Ma questo profilo non ĆØ un destino, ĆØ una serie di scelte, e chi lo definisce inevitabile sta spacciando per realismo una scelta. LāItalia una politica estera lāha avuta, quando ha deciso di averla, e non lāha mai avuta contro lāAmerica: lāha avuta accanto allāAmerica, con la schiena dritta.
Un governo che volesse cominciare a riprendersi la catena non avrebbe bisogno di una legge di bilancio. Avrebbe bisogno di tre firme. Un provvedimento che dichiari le raffinerie infrastrutture strategiche e subordini conversioni e cessioni a un piano nazionale della raffinazione. Una richiesta formale, a Bruxelles e a Washington, perchĆ© lāItalia sieda al tavolo in cui si discute dellāenergia che arriva nelle case degli italiani. Una convocazione dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Mar Rosso, con lāEgitto in testa, per una rotta negoziata invece che soltanto pattugliata.
Nessuna delle tre costa un euro. Costano una cosa sola, ed ĆØ la sola che in questi anni ĆØ mancata: decidere di essere un Paese.
Perché la fila in cui si è messa Aramco dice esattamente questo. Chi controlla la trasformazione e il trasporto detta le condizioni a chi possiede la materia prima, e non il contrario. Il regno che ha il più grande giacimento del mondo lo ha imparato in una settimana, con tre stazioni di pompaggio in fiamme. Noi abbiamo avuto quindici anni per impararlo e abbiamo usato quel tempo per vendere gli impianti, chiamare transizione le chiusure e ridurre le accise di sei centesimi.
La guerra ĆØ il prodotto. Il caos ĆØ la materia prima. E la sovranitĆ , quando non la si difende, ĆØ la merce.


