“Tigre di carta”: è ora di uscire dalla NATO
di Margherita Furlan | 19 aprile 2026
“L’Italia non era lì per noi, noi non saremo lì per loro”. Presidente Donald J. Trump, giovedì 17 aprile 2026, in risposta alla ricostruzione del Guardian sul “no” italiano all’uso della base di Sigonella1. Una frase che non va letta come un’esplosione di stizza, ma come un tassello di una strategia che si sta delineando da mesi con crescente chiarezza: la liquidazione dell’Alleanza Atlantica dall’interno, con l’abbandono progressivo dell’Europa al proprio destino.
È qui il punto che i commentatori italiani continuano a non vedere, paralizzati da una lettura sentimentale della politica estera americana. Trump non sta minacciando di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO per punire l’Italia: sta cercando il pretesto pubblico per farlo a prescindere. E ogni “no” europeo, ogni distinguo di Leone XIV, ogni critica di Meloni, ogni chiusura di base da parte di Sánchez, ogni rimpatrio di oro della Banque de France diventa, nel suo registro, il materiale per costruire la narrazione del disimpegno: non sono io che vi abbandono, siete voi che non meritate di essere difesi.
Il ricatto, a uno sguardo attento, è rovesciato. Non è Trump che tiene l’Europa sotto scacco minacciando di andarsene; è l’Europa che si illude di avere un alleato che in realtà sta preparando da tempo la valigia. E la tragedia politica, per un Paese come l’Italia, è che le sue classi dirigenti non stanno attrezzandosi a questa transizione, ma continuano a comportarsi come se la cornice atlantica del 1949 fosse un dato eterno della natura.
La strategia Trump: dismissione selettiva, non ritiro totale
Bisogna leggere con attenzione ciò che il trumpismo, nelle sue varie incarnazioni ideologiche, sta scrivendo pubblicamente da anni. J. D. Vance, oggi vicepresidente, ha teorizzato in più occasioni che l’Europa debba “provvedere da sé” alla propria difesa. Elbridge Colby, l’ex sottosegretario alla Difesa considerato l’architetto della dottrina del “pivot asiatico”, ha sostenuto esplicitamente che le risorse militari americane debbano essere concentrate nel Pacifico contro la Cina, e che la NATO sia un’eredità novecentesca che sottrae capacità strategiche al vero teatro di competizione sistemica. Steve Bannon, dal suo War Room, ripete da anni che gli alleati europei sono “free rider” che sfruttano l’ombrello americano senza contribuire. Peter Thiel, finanziatore ideologico e materiale del trumpismo tecnologico, ha scritto pagine durissime sulla NATO come apparato burocratico post-storico da smantellare2.
Non si tratta di opinioni marginali. Sono l’ossatura intellettuale della seconda amministrazione Trump. La differenza rispetto al primo mandato è che oggi la squadra che occupa il Pentagono, il Consiglio di Sicurezza Nazionale e il Dipartimento di Stato condivide in larga misura questa visione. Non più Mattis, non più Tillerson, non più Kelly: oggi ci sono Hegseth alla Difesa, Rubio al Dipartimento di Stato e una rete di consiglieri che vedono l’Europa come un peso strategico da cui liberarsi, non come un alleato da preservare.
La strategia è una dismissione selettiva, non un ritiro totale. Trump non chiuderà domani Sigonella, Aviano o Ramstein, perché queste basi servono gli interessi americani nella proiezione mediterranea e medio orientale. Ma ridurrà progressivamente il contributo americano alla difesa collettiva europea, scaricherà sugli alleati i costi del riarmo convenzionale, userà la NATO come strumento di estrazione economica chiedendo il cinque per cento del PIL. E quando l’Europa non sarà in grado di pagare, userà quel fallimento come giustificazione per un disimpegno selettivo dalle aree di minore interesse strategico americano. Gli Stati Uniti si terranno le basi utili a loro, scaricheranno sugli europei il costo di tutto il resto, e in caso di crisi (apparentemente) reale l’ombrello dell’articolo 5 si aprirà solo se conveniente a Washington.
La frase “noi non saremo lì per loro”, va letta in questo quadro. È un avvertimento, non un addio. È la costruzione pubblica del diritto americano a scegliere caso per caso quando la protezione vale e quando no. È l’articolo 5 ridotto a discrezionalità presidenziale.
Il certificato di morte: “La NATO stia fuori da Hormuz”
Il 17 aprile 2026, nel pomeriggio italiano, il quadro si è aggravato in modo quasi caricaturale. Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio che, letto con attenzione, costituisce il certificato di morte dell’Alleanza Atlantica pronunciato dal suo stesso presunto padrone. Testualmente: “Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla NATO in cui gli alleati mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta”3.
Il presidente degli Stati Uniti, che è il Paese capofila della NATO, che paga la quota maggiore del bilancio NATO, che ospita il comando supremo dell’Alleanza, che detiene il nocciolo della deterrenza nucleare occidentale, ha pubblicamente definito la NATO “inutile” e “tigre di carta”. In un post ufficiale sul suo social privato, nel bel mezzo di un vertice a Parigi in cui i quattro principali Paesi europei stavano discutendo proprio il coinvolgimento navale NATO nello Stretto. Questo, tradotto in linguaggio diplomatico convenzionale, è l’equivalente di uno strappo unilaterale.
La tempistica rende il gesto ancora più significativo. Meloni, dall’Eliseo, aveva appena annunciato la disponibilità italiana a inviare unità navali nello Stretto di Hormuz, subordinandola a due condizioni: l’autorizzazione del Parlamento, secondo quanto previsto dalla Costituzione, e la cessazione delle ostilità4. Secondo indiscrezioni raccolte tra Roma e Parigi, le imbarcazioni che il governo italiano starebbe valutando di mettere a disposizione sarebbero due cacciamine della Marina Militare, Gaeta e Rimini, attualmente in addestramento in aree non lontane. Il Regno Unito, pur disponibile alla missione di sminamento, aveva già rifiutato, attraverso Keir Starmer, di partecipare al blocco navale statunitense5. Macron ha ospitato il vertice parlando di “messaggio di speranza e unità”. Merz, per la Germania, ha confermato la postura europea.
A questa offerta coordinata, che nasceva proprio dalla richiesta americana di qualche giorno prima di dragamine alleati, Trump ha risposto con un insulto pubblico. “Sono stati inutili nel momento del bisogno”. Si badi: il momento del bisogno è stato creato da Trump stesso, che ha attaccato l’Iran il 28 febbraio provocando la chiusura di Hormuz6. I dragamine alleati sono stati richiesti da lui, pubblicamente, sostenendo che “il Regno Unito e un paio di altri Paesi” li avrebbero inviati. Secondo fonti citate da CNN, la US Navy aveva gravi carenze in fatto di cacciamine nel Golfo Persico, avendo rimpatriato per la prevista radiazione i quattro Avenger dislocati in Bahrein7. Ne aveva bisogno. Li ha chiesti. Quando la crisi sembrava risolversi con un accordo diretto tra Washington e Teheran, secondo Axios attraverso un piano di tre pagine, poi smentito dai fatti, Trump ha buttato via gli alleati con la stessa prontezza con cui li aveva chiamati a raccolta.
Ecco la sostanza della dottrina trumpiana in forma chimicamente pura: gli alleati servono quando servono, altrimenti sono un disturbo. Si chiamano quando c’è un lavoro sporco da svolgere, si insultano quando il lavoro non è più necessario. Il criterio non è la solidarietà atlantica, la cornice giuridica del Trattato di Washington, il vincolo istituzionale di settantasette anni: il criterio è la convenienza immediata del presidente. L’articolo 5 sulla difesa collettiva diventa, in questa logica, un accessorio decorativo.
Sostanzialmente Trump ha già archiviato la NATO. Non l’ha sciolta formalmente, non ha notificato recessione, non ha chiuso alcuna base. Ha fatto qualcosa di più efficace: l’ha svuotata pubblicamente di significato politico, riducendola a strumento di comodo. Quando il presidente del Paese leader di un’alleanza militare dice agli alleati di “starne fuori” perché sono “inutili” e “tigri di carta”, quel presidente sta comunicando al mondo intero che l’alleanza non funziona come dispositivo di sicurezza collettiva. Sta dicendo ai potenziali avversari di Mosca, di Pechino, di Teheran che l’articolo 5 è un foglio di carta appeso al suo umore. Sta dicendo agli alleati che la loro partecipazione è tollerata solo se accessoria e muta.
Per l’Italia è il paradosso della sudditanza volontaria: più ci si piega, più si viene umiliati.
Per chi volesse ancora fingere che la NATO esista come patto reciproco di sicurezza, la frase del 17 aprile è la pietra tombale. Non ci sarà un annuncio ufficiale, non ci sarà una firma su un documento di scioglimento. Ci sarà il progressivo svuotamento operativo dell’Alleanza, trasformata in cornice residuale in cui gli europei continuano a pagare quote crescenti per una protezione che il presidente americano qualifica pubblicamente come inutile quando gli conviene. Sta agli europei decidere, adesso, se accettare di restare dentro una finzione o se attrezzarsi per una transizione controllata verso uno o più sistemi di sicurezza alternativi.
L’Europa ostaggio di una garanzia che sta scomparendo
Il paradosso strategico è quello che gli europei fingono di non vedere. Per settantasette anni la classe dirigente europea, e quella italiana in particolare, ha costruito la propria politica estera attorno all’assunto che la protezione americana fosse un dato incrollabile. Nessun investimento strutturale nella difesa continentale autonoma, nessuna costruzione di un esercito europeo realmente integrato, nessun sistema di deterrenza nucleare condiviso, nessuna capacità industriale-militare paragonabile a quella americana. Tutto delegato a Washington, che oggi comunica, nei modi erratici ma coerenti del trumpismo, che la delega è revocata. E l’Europa si trova letteralmente spoglia.
La Germania scopre di non avere più un esercito degno del nome. L’Italia scopre di possedere una flotta ridotta, un’aeronautica sottodimensionata, un comparto industriale della difesa frammentato. La Francia è l’unico Paese continentale che ha mantenuto una capacità nucleare autonoma e una forza di proiezione credibile, ragione per cui Macron da mesi parla di “sovranità strategica europea” con un’insistenza che a Roma suscita solo sbadigli. La Polonia sta cercando pericolosamente di colmare il vuoto con un riarmo accelerato contro la Russia di Putin. La Spagna di Sánchez ha scelto la via del distacco politico. Il Regno Unito, fuori dall’Unione Europea, gioca una partita propria tra Washington e Bruxelles.
In questo scenario, l’Italia è nella posizione peggiore: ha ceduto la propria sovranità militare a un’alleanza che si sta dissolvendo, non ha una capacità di difesa autonoma credibile, non fa (ancora) parte del nucleo franco-tedesco che sta cercando di costruire l’alternativa europea, e ospita più di centoventi basi americane e NATO8 che domani potrebbero essere usate per operazioni nelle quali il governo italiano non avrà voce in capitolo. Il “no” di Sigonella è stato un atto tecnico perché l’Italia, politicamente, non è in grado di fare molto di più.
Il doppio pericolo: restare e uscire male
Ed è qui che la questione dell’uscita dalla NATO diventa complessa, e non basta invocarla con entusiasmo sovranista per renderla una strada praticabile. Perché oggi si aprono due scenari, entrambi rischiosi.
Primo scenario: l’Italia resta nella NATO mentre Trump la svuota dall’interno. In questo caso, paghiamo il contributo crescente richiesto, ospitiamo le basi, partecipiamo per procura alle guerre americane, ma non riceviamo più, nei fatti, la garanzia di protezione. Siamo dentro un’alleanza che nel momento della verità non ci difenderà se non nella misura in cui farlo conviene a Washington. È la peggiore delle condizioni: tutti i costi, nessuna garanzia. È esattamente ciò che Trump ha certificato il 17 aprile con la frase su Hormuz: gli alleati sono inutili, stiano fuori, a meno che non vogliano semplicemente caricare petrolio sulle loro navi. Cioè: venite a prendervi il vostro petrolio ma non chiedete di partecipare alle decisioni strategiche.
Secondo scenario: l’Italia esce dalla NATO senza aver prima costruito un’alternativa credibile. In questo caso, ci troviamo improvvisamente esposti in una fase di riassetto geopolitico drammatico, senza un ombrello di sicurezza sostitutivo, senza una capacità di difesa autonoma, senza un sistema di alleanze alternativo. Diventeremmo il ventre molle del Mediterraneo, facilmente esposti a pressioni da ogni direzione.
Come si esce da questo dilemma? Non con uno slogan, ma con una strategia di transizione pluriennale che l’Italia dovrebbe cominciare a costruire oggi, con la stessa urgenza con cui la Francia sta rimpatriando l’oro e costruendo capacità di proiezione autonoma. I pilastri di questa strategia sarebbero cinque.
Primo: rimpatrio immediato dell’oro sovrano dalla Federal Reserve di New York, seguendo il modello francese9. Questa è la mossa più semplice e meno controversa, perché non richiede rinegoziazione di trattati ma solo una decisione della Banca d’Italia concordata con il governo. Centocinquanta miliardi di euro al prezzo attuale sarebbero riportati sotto sovranità nazionale10, in un contesto geopolitico in cui la detenzione di oro in territorio estero diventa crescentemente rischiosa.
Secondo: costruzione di un sistema di difesa realmente autonomo. L’Italia ha una carta industriale di prim’ordine che non sta giocando fino in fondo: il Michelangelo Dome di Leonardo11, che può essere inserito in una cornice politica di sovranità strategica. Presentato a novembre 2025 dall’amministratore delegato uscente, Roberto Cingolani, e illustrato in dettaglio nel marzo 2026, è un sistema di difesa aerea integrato capace di intercettare simultaneamente minacce eterogenee: missili balistici e ipersonici oltre Mach 5 con gittate superiori ai 2.000 chilometri, sciami di droni a basso costo, attacchi cyber, minacce navali e subacquee. Il cuore del sistema non sono le armi, ma un software multi-dominio basato su intelligenza artificiale e supercalcolo, progettato con architettura aperta: ogni Paese può collegare al Dome i propri radar, droni e batterie missilistiche senza cambiare arsenale. L’intelligenza artificiale sceglie in tempo reale l’effettore più economico per neutralizzare ciascuna minaccia, evitando lo spreco di missili da milioni di euro contro droni da poche migliaia. È, a oggi, la proposta industriale più avanzata, concorrente diretta dell’Iron Dome israeliano, dei Patriot americani e della European Sky Shield Initiative tedesca.
Terzo: rinegoziazione degli accordi bilaterali sulle basi americane in territorio italiano, con riduzione progressiva del numero di strutture, trasferimento sotto controllo italiano di quelle strategicamente essenziali, e diritto di veto esplicito su ogni operazione offensiva lanciata dal suolo italiano. Non si tratta necessariamente di chiudere tutto domani, ma di rimettere sotto sovranità italiana ciò che oggi è sostanzialmente fuori dal controllo di Roma.
Quarto: normalizzazione dei rapporti economici e diplomatici con le potenze non allineate, a partire da una politica mediterranea autonoma che riconosca l’Iran, la Russia e la Cina come interlocutori economici e politici legittimi, non come nemici ideologici per procura. L’Italia non ha un interesse nazionale nel conflitto con Teheran, Mosca o Pechino; ha un interesse opposto, quello di mantenere canali commerciali e diplomatici aperti in un’epoca di frammentazione globale.
Quinto: attivazione della procedura di denuncia del Trattato dell’Atlantico del Nord secondo l’articolo tredici, che prevede la cessazione della partecipazione un anno dopo la notifica al governo degli Stati Uniti12, da preparare come atto politico finale di una transizione pluriennale, non come gesto impulsivo di rottura.
La vera posta in gioco
La domanda non è più se la NATO sopravviverà, ma come sopravviverà e a che prezzo per chi ne farà ancora parte. Dopo il 17 aprile 2026, dopo l’insulto pubblico del presidente americano agli alleati che stavano rispondendo a una sua stessa richiesta, la questione non è più accademica. Trump sta offrendo all’Europa, in modo rozzo e insultante, una verità che da decenni si fingeva di ignorare: gli Stati Uniti non sono più disposti a pagare il costo della difesa europea in una fase in cui il vero teatro strategico si sposta verso il Pacifico e in cui il sistema-dollaro è sotto pressione da parte dell’asse BRICS. La minaccia “noi non saremo lì per loro”, seguita dall’invettiva “la NATO è una tigre di carta”, è una premessa argomentativa, non una sanzione temporanea.
La classe dirigente italiana si trova davanti a una scelta di portata storica. Può continuare a comportarsi come se il 1949 non fosse mai finito13, pagando dazi crescenti a un’alleanza che si sta svuotando di senso, partecipando per obbligo a guerre altrui, subendo le umiliazioni quotidiane di un presidente americano che insulta la premier e il Papa nello stesso giorno14 e definisce tigri di carta quegli stessi alleati a cui un giorno prima chiedeva di mandare cacciamine. Oppure può cominciare a preparare la transizione verso una postura strategica autonoma, non più subordinata a Washington, capace di difendere gli interessi nazionali nel Mediterraneo senza delegarli a potenze extra continentali.
La transizione sarà lunga, difficile, costosa. Richiederà decisioni impopolari, investimenti strutturali, una classe dirigente che oggi non esiste e che forse dovrà formarsi nell’urgenza. Ma l’alternativa è peggiore: restare dentro una cornice che non ci protegge più, pagando il prezzo di un’alleanza che Washington sta dismettendo dall’interno, senza avere nemmeno il vantaggio di costruire in tempo l’alternativa.
Trump, a suo modo, ci sta facendo un favore. Ci sta dicendo a chiare lettere ciò che i suoi predecessori dicevano con maggiore eleganza diplomatica: non contate più su di noi come prima. La differenza è che adesso non c’è più alibi per fingere di non aver capito. Sta alla classe dirigente europea, e a quella italiana in primo luogo, decidere se trasformare questa consapevolezza in un piano strategico di lungo periodo o continuare a rispondere agli insulti con la postura offesa di chi non ha capito che il gioco è già cambiato.
La NATO del 1949 è morta la notte del 12 aprile 2026, quando il presidente degli Stati Uniti ha insultato il Papa cittadino americano. È stata sepolta il 17 aprile 2026, quando lo stesso presidente ha definito “tigre di carta” gli alleati che rispondevano alla sua richiesta di aiuto a Hormuz. Quello che resta è una cornice burocratica che sopravvive per inerzia, e che sarà smantellata dall’interno nei prossimi mesi o anni. La domanda, per l’Italia, non è più se uscirne, ma come uscirne con la minore perdita possibile di sovranità, sicurezza e capacità strategica. E la risposta, per ora, nessuno a Roma la sta cercando.
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La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima.
Note
1. Angela Giuffrida, “Italy denies US military planes access to Sicily airbase amid Iran war”, The Guardian, 31 marzo 2026; dichiarazione di Donald J. Trump su Truth Social, 17 aprile 2026.
2. Per J. D. Vance, cfr. discorso alla Munich Security Conference, febbraio 2025, e intervista a The American Conservative, 2024. Per Elbridge Colby, cfr. The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press, 2021, e testimonianze al Senate Armed Services Committee, 2025. Per Steve Bannon, cfr. episodi del War Room sul “national divorce” da NATO, 2024-2025. Per Peter Thiel, cfr. lezione alla Oxford Union del novembre 2024 e le conferenze di Roma a Palazzo Orsini Taverna, gennaio 2026.
3. Donald J. Trump, post su Truth Social, 17 aprile 2026. Ripreso da ANSA, “I volenterosi pronti per lo Stretto di Hormuz. Trump: la Nato stia fuori”, 17 aprile 2026; Il Fatto Quotidiano, “Hormuz: Meloni, navi italiane con autorizzazione parlamentare”, 17 aprile 2026.
4. Giorgia Meloni, dichiarazione al vertice dell’Eliseo, 17 aprile 2026. Cfr. Quotidiano Nazionale, “Meloni offre le navi italiane: Ma serve il voto del Parlamento”, 18 aprile 2026; Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2026.
5. Daily Telegraph, “UK refuses to join Trump’s Hormuz blockade”, aprile 2026; cfr. Today.it, “Perché Trump ha bisogno delle navi cacciamine italiane”, 13 aprile 2026.
6. L’attacco americano all’Iran ha avuto inizio il 28 febbraio 2026. Per i dati sulle vittime, cfr. Human Rights Activists News Agency (HRANA): al 6 aprile 2026 il conflitto aveva causato almeno 3.597 morti, di cui 1.665 civili e 248 bambini.
7. Brad Lendon, “How the US Navy could blockade Iran’s ports and sweep mines from the Strait of Hormuz”, CNN, 13 aprile 2026. Cfr. anche Riley Ceder, “The US Navy decommissioned Middle East minesweepers last year. Here’s what they did”, Navy Times, 12 marzo 2026; Sam LaGrone, “Two U.S. Warships Sail Through Strait of Hormuz to Establish New Route for Merchant Ships”, USNI News, 11 aprile 2026. Le quattro unità Avenger-class (USS Devastator, USS Dextrous, USS Gladiator, USS Sentry), di stanza in Bahrein, sono state radiate nel settembre 2025 e trasportate a Philadelphia per la demolizione nel gennaio 2026, a due mesi dall’avvio delle operazioni di minamento dello Stretto di Hormuz.
8. Stima che comprende basi, installazioni, depositi logistici, stazioni radar e infrastrutture di supporto statunitensi e NATO presenti sul territorio italiano. Le principali: Sigonella (Naval Air Station), Aviano (USAF 31st Fighter Wing), Vicenza (Caserma Ederle, SETAF-AF), Camp Darby (Livorno-Pisa), Napoli (comando NATO JFC Naples), Ghedi (deposito B61), MUOS di Niscemi, insieme a numerose strutture minori. Cfr. Manlio Dinucci, “La mappa delle basi USA in Italia”, il manifesto; Rete Italiana Pace e Disarmo, rapporti annuali sulle basi militari straniere in Italia.
9. Banque de France, comunicato ufficiale, aprile 2026: 129 tonnellate di oro non-standard cedute e riacquistate in lingotti conformi agli standard LBMA depositati a Parigi, attraverso 26 transazioni tra luglio 2025 e gennaio 2026, con una plusvalenza contabile di 12,8 miliardi di euro. Cfr. Frank Giustra, “How gold became national security infrastructure”, MINING.COM, aprile 2026; South China Morning Post, “As France pulls gold from the US, how can China develop into the next global gold hub?”, aprile 2026.
10. Banca d’Italia, “Le riserve ufficiali dell’oro”, dati al 31 dicembre 2025: 2.452 tonnellate totali, di cui 1.061 tonnellate (43,29%) depositate presso la Federal Reserve Bank di New York. Per il calcolo del valore: prezzo LBMA Gold Price PM al 17 aprile 2026 (circa 5.000 USD/oncia).
11. Leonardo S.p.A., “Michelangelo Dome – Multi-Domain Air Defence System”, presentazione ufficiale, novembre 2025 e illustrazione tecnica di dettaglio del 28 marzo 2026. Cfr. dichiarazioni dell’AD Roberto Cingolani a Quotidiano Nazionale, MilanoFinanza, LumsaNews; Panorama, “Michelangelo Dome, lo scudo italiano che abbatte missili a costi ridotti (sfidando Israele e Usa)”, aprile 2026; Italia Informa, “Michelangelo dome, lo scudo italiano di difesa integrata”, novembre 2025. Il sistema è stato presentato al ministro della Difesa Guido Crosetto e al Capo di Stato Maggiore Luciano Portolano presso il quartier generale Leonardo di via Tiburtina a Roma. La dicitura ufficiale del produttore presenta il Dome come compatibile con gli standard NATO; l’analisi qui proposta argomenta che la sua natura di architettura aperta e la piena proprietà industriale italiana ne fanno, sul piano tecnologico, un asset potenzialmente fungibile in qualunque cornice politica futura.
12. Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949, articolo 13: “Trascorsi vent’anni di validità del Trattato, ogni Parte potrà cessare di esserne Parte un anno dopo aver notificato la sua denuncia al Governo degli Stati Uniti d’America, che informerà i Governi delle altre Parti del deposito di ciascuna notifica di denuncia”.
13. Il Trattato del Nord Atlantico fu firmato a Washington il 4 aprile 1949 da dodici Stati fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Il giorno successivo, 5 aprile 1949, l’Avanti titolava in prima pagina: “L’Italia è nel patto della guerra”, mentre il Corriere della Sera apriva il suo editoriale celebrando la fine della “paura dell’aggressione”. Sulla logica fondativa della NATO cfr. la celebre frase del primo Segretario generale Lord Hastings Lionel Ismay: “Keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down”.
14. Il riferimento è al duplice attacco di Trump del 13-14 aprile 2026: contro Papa Leone XIV (“debole sulla criminalità e pessimo in politica estera”) su Truth Social la notte del 12-13 aprile, e contro Giorgia Meloni (“È lei che è inaccettabile”, “Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo”) in una telefonata al Corriere della Sera del 14 aprile. Cfr. ANSA, “Trump attacca il Papa: Debole e pessimo sulla politica estera”, 13 aprile 2026; Corriere della Sera, intervista esclusiva a Donald J. Trump, 14 aprile 2026. Per la difesa del Pontefice da parte della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: Agenzia SIR, dichiarazione di monsignor Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City, 13 aprile 2026.






