di Gionata Chatillard
Lo scorso lunedì, 4 settembre, le forze navali statunitensi e filippine hanno realizzato per la prima volta manovre congiunte in prossimità di un arcipelago reclamato dalla Cina. A partecipare all’operazione c’erano un cacciatorpediniere lanciamissili e una fregata, inviati rispettivamente da Washington e Manila. Le esercitazioni, che secondo il Governo delle Filippine sono servite a “dimostrare le capacità di difesa” del paese asiatico, si sono svolte nelle vicinanze delle Isole Spratly, contese da diverse nazioni della regione.
Le inedite manovre militari hanno segnato un ennesimo passo verso una collaborazione sempre più stretta fra Manila e Washington. Da quando è arrivato al potere lo scorso anno, il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha infatti aperto le porte del suo paese agli Stati Uniti, permettendo al Pentagono di aumentare significativamente la propria presenza in un arcipelago in cui ha ormai accesso a ben 9 basi militari.
Parimenti, le esercitazioni di questa settimana si possono leggere come la risposta di Manila ai fatti dello scorso 5 agosto, quando una nave cinese aveva utilizzato un cannone ad acqua contro un’imbarcazione filippina. Gli Stati Uniti, allora, non solo avevano accusato Pechino di “mettere in pericolo la pace regionale”, ma avevano anche minacciato di intervenire militarmente in difesa del paese governato da Marcos Jr.
Diametralmente opposta la versione della Cina, che proprio nelle ultime ore ha avvertito i paesi del Sud-Est asiatico di non lasciarsi usare come pedine geopolitiche da attori stranieri che seminerebbero discordia nella regione per il proprio tornaconto. Il riferimento, chiarissimo, è proprio agli Stati Uniti. “Questa mano nera che si muove dietro le quinte deve essere smascherata”, ha infatti dichiarato il ministro degli Esteri Wang Yi, secondo cui il pericolo è che si possa presto ripetere in Asia lo stesso scenario già vissuto in Ucraina da un anno e mezzo a questa parte.