di Elisa Angelone
La distruzione della diga di Novaya Kakhovka avviene proprio quando torna alla ribalta -non certo sui media mainstream– il caso del sabotaggio ai gasdotti Nord Stream. Quasi a ricordare, a chi ne avesse ancora bisogno, il modus operandi dei padroni del discorso, che, al di fuori di ogni logica, dapprima incolpano la stessa Russia di far saltare le proprie infrastrutture critiche, per poi gradualmente filtrare la verità dei fatti quando l’opinione pubblica ne ha ormai introiettato una versione distorta.
Il portale di giornalismo investigativo indipendente The Grayzone ha partecipato, a fine maggio, alla prima spedizione indipendente nel Mar Baltico, sul luogo dell’esplosione che lo scorso autunno ha gravemente danneggiato i gasdotti Nord Stream e, con essi, compromesso irrimediabilmente la ex-fiorente industria tedesca. Per mezzo di un drone subacqueo, la spedizione ha rivelato la presenza sul fondale di uno stivale da sub che ricorderebbe quelli utilizzati dai sommozzatori della Marina USA e della Marina ucraina, ma usati ampiamente anche nella subacquea industriale. E’ possibile, quindi, che lo stivale in questione potesse trovarsi sul fondale già prima dell’esplosione. Oppure che appartenesse invece a qualcuno tra gli esecutori dell’attentato. Inspiegabile, dopotutto, il fatto che, pur essendo al corrente della presenza dello stivale, la Svezia non ne abbia fatto menzione nella sua inchiesta sul Nord Stream né lo abbia raccolto per esaminarlo.
Il silenzio totale dei media circa la scoperta di questo nuovo indizio ad opera di The Grayzone è piuttosto significativo. Le cosiddette indagini ufficiali dell’Occidente sui gasdotti avrebbero probabilmente dovuto coprire tutte le tracce. Che una sia sfuggita?