L’ultima lotta dei padroni universali per l’egemonia mondiale
di Margherita Furlan
L’operazione militare statunitense del 3 gennaio 2026, che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e all’annuncio di un controllo temporaneo sul Venezuela da parte dell’amministrazione Trump, rappresenta un turning point significativo per l’economia globale, con un focus particolare sul settore energetico.
Il Venezuela detiene le riserve di petrolio più grandi al mondo (circa 303 miliardi di barili, pari al 17% del totale globale), ma la produzione è crollata del 70% dal 2013, attestandosi a soli 742.000 barili al giorno (b/d) nel 2023 (0,8% della produzione mondiale). Un controllo USA potrebbe rimuovere le sanzioni, attirando investimenti da compagnie americane come Chevron (che già opera con licenze limitate, producendo 135.000 b/d nel 2023, con proiezioni a 200.000 b/d). Trump ha dichiarato che aziende USA investiranno “miliardi” per ricostruire infrastrutture, potenzialmente portando la produzione a 900.000 b/d entro fine 2024. Questo potrebbe aumentare il PIL venezuelano, ma a costo di una perdita di sovranità economica, con profitti che fluirebbero verso gli USA. Compagnie come ExxonMobil o Chevron potrebbero espandere le loro operazioni, creando posti di lavoro e opportunità di export anche verso raffinerie USA nel Golfo del Messico, che dipendono da greggio simile a quello dell’Orinoco Belt.
Le implicazioni geoeconomiche non sarebbero indifferenti: la Cina riceve il 69% delle esportazioni venezuelane (621.000 b/d nel 2023) tramite accordi “oil-for-loans” per quasi 50 miliardi di dollari. La Russia è coinvolta in swap e supporto a Cuba (58% delle importazioni cubane da Venezuela). Un controllo USA ridurrebbe questi legami, indebolendo l’asse BRICS, con Russia e Cina che verrebbero a perdere un alleato strategico nell’OPEC+.
L’operazione, parte della “Don Raw Doctrine” (variante Monroe), che vede l’America Latina come “il cortile” degli USA, potrebbe inoltre contrastare la de-dollarizzazione, forzando pagamenti in USD per il petrolio venezuelano, contro trend come le vendite saudite in yuan alla Cina. Tutto ciò rafforza comunque l’egemonia USA, pur rischiando ritorsioni quali la diversificazione della Cina dei fornitori. Nel breve termine, sul mercato petrolifero l’impatto sarebbe limitato, con possibili fluttuazioni dettate dall’incertezza politica. I prezzi potrebbero salire inizialmente, ma nel lungo termine gli analisti prevedono un calo generalizzato dei prezzi, dato l’aumento della produzione, con il Venezuela che tornerebbe a 2-3 milioni b/d (livelli pre-2013).
Chiara la strategia di Washington volta alla pressione al ribasso sui prezzi globali e la sfida all’OPEC+ di tagli produttivi per sostenere i prezzi. Analisti come Robin Mills (Qamar Energy) vedono l’operazione come “bearish” (ribassista) per il greggio a lungo termine. Questa è la grande opportunità per gli USA, diventare il fornitore principale al mondo di greggio, ai danni dell’OPEC+. Il gruppo ha in programma un incontro domenica 4 gennaio per rivedere la politica di supply, con aspettative di mantenere invariata la produzione del primo trimestre. Non ci sono ancora reazioni ufficiali da parte dell’organizzazione e dei suoi membri, ma l’incertezza sull’export venezuelano potrebbe essere discussa durante il meeting ufficiale. L’intervento USA testa infatti le alleanze all’interno dell’OPEC+, specialmente tra Russia e Cina (che ha 17-19 miliardi di prestiti garantiti da olio venezuelano). La Cina, che riceve l’80% dell’export venezuelano (~746.000 b/d nel novembre 2025), potrebbe affrontare perdite o ristrutturazioni dei debiti, con rischi di sanzioni secondarie USA. Questo potrebbe indebolire la coesione interna all’OPEC+, con la Russia (leader non-OPEC) che andrebbe a perdere un alleato chiave, e potenziali tensioni con l’Iran (altro alleato del Venezuela). Se gli USA rimuovono le sanzioni e aumentano la produzione, l’OPEC+ potrebbe infatti dover estendere i tagli per bilanciare l’extra supply, riducendo le quote per i membri come l’Arabia Saudita.
Il Venezuela funge dunque da “proxy battleground” per la rivalità USA-Cina/Russia. Un regime change pro-USA potrebbe alterare le dinamiche in America Latina, isolando Cuba (che riceve il 58% del suo petrolio dal Venezuela) e scatenando crisi economiche che si ripercuoterebbero sui BRICS. La Russia ha condannato l’azione come “terrorismo di stato”, mentre la Cina l’ha definita una “violazione flagrante del diritto internazionale e della sovranità venezuelana”, minaccia per la pace in America Latina. Ciò riecheggia preoccupazioni della SCO sull’”egemonismo” USA, come evidenziato al summit di Tianjin nel settembre 2025, dove i leader di Russia, Cina e Iran hanno enfatizzato la multipolarità contro l’unipolarismo. Il rischio è che tale precedente incoraggi interventi USA in altri alleati SCO come l’Iran, indebolendo il blocco eurasiatico e aumentando tensioni in altri fronti come nel Medio Oriente o nell’Indo-Pacifico.
Trump riprogramma così l’Impero, esplicitando la subordinazione dei satelliti europei come Ungheria, Italia, Polonia, Austria, individuati come interlocutori privilegiati per “rifare grande l’Europa senza l’Ue”, e cercando la vittoria finale sulla Russia di Vladimir Putin. E’ l’ultima lotta per l’egemonia mondiale, quella in cui Trump si palesa come la marionetta dei padroni universali. Vince chi ha il controllo delle risorse energetiche, perché anche la tecnologia sub umana ha il suo prezzo.







